Domenica 14 febbraio verso le ore 18.00 Catalin Ciobanu e Mihai Florin Diaconescu, detenuti al carcere di Rebibbia con pesanti condanne da scontare approfittando di lavorare in un'area poco sorvegliata hanno beffato la sorveglianza superando  tre sbarramenti e dandosi alla fuga. I due detenuti sono considerati pericolosi, i loro identikit sono stati diramati immediatamente ed è scattata la caccia da parte delle Forze dell'Ordine: sembrava, ma la notizia è stata poi smentita, che fossero stati catturati a Tivoli, ma ancora adesso sono in libertà.

Ancora una volta si scopre il ventre molle del sistema penitenziario

L'evasione da uno degli Istituti di Pena più blindati d'Italia sembra il frutto della solita disorganizzazione, l'area dove lavoravano i due rumeni, come detto poco sorvegliata, avrebbe consentito una non certo difficile fuga utilizzando le solite corde di lenzuola utilizzate dai due per superare i tre sbarramenti: fatto eclatante è che i due evasi, appena usciti dalla cinta del carcere, si sono dati alla fuga prendendo l'autobus, come riferito dagli agenti che effettuavano la ronda in auto all'esterno del recinto carcerario.

Scarsa sorveglianza e benefici troppo generosi hanno consentito l'evasione

Ci si pone l'interrogativo di come i due pericolosi criminali abbiano avuto l'accesso all'area poco sorvegliata del Carcere senza che venissero adottate adeguate misure di controllo. In quell'area solitamente lavorano circa 300 detenuti e le guardie assegnate al controllo sono solo 9, salvo l'autovettura che sta di ronda al di fuori del recinto. Naturalmente alle accuse si è sollevato il solito coro sulla mancanza di personale che costringerebbe la vigilanza a gestire tali situazioni, non certo facili, con forze sottodimensionate. Eppure stando alle cifre comunicate, il rapporto fra detenuti e guardie carcerarie in Italia è di 1,7 detenuti per 1 guardia contrariamente alla media europea che è di 3,6 detenuti per 1 guardia: dalle fredde cifre emerge ancora una volta che se in questo Paese vi è un problema non è nei numeri bensì nel modo di come quei numeri vengono impiegati.

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