Finisce dopo soli 4 giorni la fuga dei due romeni Catalin Ciobanu e Mihai Florin Diaconescu, evasi dal carcere romano di Rebibbia nella serata dello scorso 14 febbraio. Ciobanu si è costituito ieri notte, assistito dal proprio legale, presso i Carabinieri di Tivoli. Sempre nell'area tiburtina è stato rintracciato poco dopo il suo complice e compagno di evasione Diaconescu, fermato dopo un breve inseguimento a piedi.

Determinante la pressione psicologica esercitata sui due fuggitivi

Il legale di Ciobanu ha asserito che la decisione del suo assistito di costituirsi presso il locale comando dell'Arma sia scaturita dalla presa di coscienza della gravità del suo gesto e delle importanti ripercussioni sul proprio futuro che questo avrebbe avuto.

L'evaso si sarebbe dichiarato "mortificato" per quanto avvenuto. E' però fin troppo evidente che a determinare la scelta in tal senso da parte del fuggitivo sia stata la grande pressione psicologica che le ricerche e le indagini a tappeto seguite all'evasione di domenica sera hanno esercitato sui due evasi. In particolare gli inquirenti avevano setacciato anche un campo nomadi nel quale Ciobanu avrebbe trascorso parte della sua breve latitanza, evento che avrebbe fatto comprendere al romeno quanto vicine alla sua cattura fossero le forze dell'ordine.

Catturato invece dopo una breve fuga a piedi il compagno di Ciobanu, individuato a bordo di un furgone sempre nell'area di Tivoli e inseguito a piedi a fronte dell'ulteriore tentativo di fuga da questi messo in atto. 

Stando a quanto dichiarato da uno dei legali dei fuggitivi, la decisione di evadere sarebbe stata la conseguenza della notifica di un residuo di pena di due anni e mezzo per Ciobanu, che avrebbe reagito molto male alla notizia.

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Il legale aveva fatto nei giorni scorsi appello al proprio assistito affinché si costituisse al fine di consentire il prosieguo delle indagini relative al reato per cui si trovava sotto processo, un sequestro di persona che aveva avuto come conseguenza non voluta la morte, per infarto, del rapito, un cittadino egiziano.

Sotto accusa le carenze del sistema penitenziario

Se l'opera degli inquirenti non può che essere lodata per la propria efficienza e rapidità, altrettanto non è possibile sperare per il sistema penitenziario italiano, troppe volte al centro di scarse performance che ne hanno palesato tutti i limiti strutturali e gestionali, oltre ad evidenziarne la carenza cronica di personale. 

Secondo il segretario nazionale del sindacato Fp Cgil la situazione sarebbe drammatica: solo nel carcere di Rebibbia risulterebbe un sotto organico di addirittura 240 agenti che va ad aggiungersi alla pessima gestione di quelli disponibili, troppo spesso distaccati in mansioni amministrative che potrebbero essere svolte da personale con altre qualifiche, lasciando così intatte le risorse destinate alla sorveglianza.

Sotto accusa anche il sistema cosiddetto di "sorveglianza attiva", per il quale un singolo sorvegliante può trovarsi a dover tenere sotto controllo fino a 170 detenuti al giorno, con risultati ovviamente modesti in termini di sicurezza garantita.

Il ritorno negativo sulla questione delle carceri italiane era scontato, a seguito dell'evasione. La notizia che i due avessero riconquistato la libertà segando le sbarre della cella e intrecciando una corda fatta di lenzuola verso le ore 18.00 del 14 febbraio scorso aveva fatto pensare più alla trama di un banale film ambientato nella realtà carceraria che non a una vera notizia di cronaca. 

E invece è purtroppo questa la situazione del sistema penitenziario italiano, con tutte le conseguenze che ne derivano sia in termini di ridotta sicurezza per i cittadini sia in termini di aggravi economici per le indagini che necessariamente devono far seguito a simili eventi.