Questo nuovo approccio, ora testato nella lotta al cancro della prostata, combina due elementi: una sostanza naturale fotosensibile, somministrata per via sistemica (iniezione endovena), ed un raggio di luce laser, che va ad irradiare direttamente la zona interessata, attraverso un catetere. Un trattamento poco invasivo ma che può arrivare a eliminare definitivamente il 50% dei tumori alla prostata, diagnosticati ad una fase precoce.

Risultati preliminari ottenuti in 47 ospedali di tutta Europa

La terapia sperimentale del cancro alla prostata è stata testata in molti ospedali europei, ben 47, su oltre 400 pazienti.

Il trattamento ha portato ad una remissione completa del tumore, nel 50% dei casi. Con effetti collaterali limitati e transitori, su continenza urinaria e capacità sessuale.

La nuova terapia sfrutta la fotosensibilità di una sostanza naturale, la Padeliporfina, che se irradiata da un fascio di luce rossa, si attiva e distrugge le cellule tumorali. Iniettando endovena la Padeliporfina (infusione di 10 minuti), questa si distribuirà in tutto l’organismo ma sarà attivata solo dove troverà un fonte di luce rossa. Mediante un catetere, che raggiunge la prostata, si irradia l’organo con un fascio di luce laser di colore rosso (lunghezza d’onda 753 nm). In questo modo si avrà un’attivazione locale della sostanza fotosensibile che distruggerà selettivamente il tumore.

Senza danni per gli altri organi.

La Padeliporfina è una sostanza naturale, un pigmento fotosintetico detto bacteriochlorophylls, presente in batteri fototropi (che cambiano colore al variare della luce), presenti nel fondali marini. Questo pigmento complessa una forma idrosolubile di palladio. Quando viene irradiato da luce laser a bassa potenza, di colore rosso, si attivano localmente delle specie reattive dell'ossigeno (ROS) che distruggono le cellule tumorali circostanti, lasciando inalterate le cellule sane.

Adesso bisogna selezionare i pazienti

I risultati di questo studio clinico di Fase 3, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet, primo autore il Prof. Abdel-Rahmène Azzouzi. I pazienti (206) sono stati arruolatati tra l’8 marzo 2011 e il 30 aprile 2013. Verso un gruppo di controllo (207), monitorati ma non sottoposti a questa terapia, che rientra nelle cosiddette VTP (Vascular targeted photodynamic therapy).

Tutti sono stati osservati per 24 mesi.

Dei 206 pazienti sottoposti a questo trattamento, solo il 6% ha avuto bisogno successivamente di un intervento di asportazione della prostata, rispetto al 30% del gruppo di controllo. Secondo Mark Emberton dell’University College di Londra, uno degli autori dell’articolo, questa tecnica può essere paragonata a quanto è successo nel caso del tumore alla mammella quando si è compreso che, in certi casi, era sufficiente asportare un linfonodo e non l’intera mammella.

Con questa terapia, i rischi per il paziente, soprattutto incontinenza e difficoltà sessuali, sono ridotte praticamente a zero. Per questo è naturale attendersi la massima accettazione dei pazienti.

Adesso inizia la fase di tipizzazione dei pazienti, ovvero quasi pazienti sono candidabili ad una terapia di questo tipo? Questa fase è molto importante perché poter escludere da subito i pazienti che non possono beneficiare della VTP, vuol dire non far posticipare loro un eventuale intervento chirurgico di asportazione della prostata, dove il fattore tempo può essere una variabile estremamente importante.