Il ciclismo moderno ha fatto passi da gigante su aerodinamica, nutrizione e preparazione atletica, ma c'è un aspetto in cui rimane ancorato a logiche del passato: la gestione della vita dei corridori. È questo il duro atto d'accusa lanciato da Trine Vingegaard Hansen, moglie del due volte vincitore del Tour de France Jonas Vingegaard.

Intervistata da Viaplay nella sua città natale a Glyngøre, in occasione del Tour of Denmark, Trine è tornata sulle polemiche nate dopo le sue dichiarazioni dello scorso anno, quando aveva criticato i ritiri estenuanti e il carico di stress a cui era sottoposto il marito, allargando il campo a una riflessione più profonda sul futuro dello sport d'élite.

Chiarire il malinteso: "Non si tratta solo di stare a casa"

Trine ha innanzitutto voluto precisare il senso delle sue parole passate, spesso lette in modo riduttivo come una semplice nostalgia della vita familiare:

"Penso che la gente abbia frainteso quell'intervista. Fondamentalmente parlavo di Jonas, del suo essere introverso e di quanto odi trascorrere giornate intere in viaggio. Non si tratta semplicemente del dover stare a casa con la famiglia, ma di come viene gestito il suo benessere complessivo."

Tecnologia contro i viaggi inutili: "Le stanze che simulano l'altitudine"

Al centro della sua accusa c'è il modello tradizionale dei lunghi campi di allenamento in altura, che costringono i corridori a stare lontani da casa per settimane prima di volare direttamente alle gare o ad altri blocchi di allenamento.

Un sistema che, secondo Trine, potrebbe essere modernizzato sfruttando gli strumenti già a disposizione:

"È un sistema profondamente antiquato. Si potrebbe usare una stanza che simula l'altitudine, impostarla a 3.000 metri e permettere al corridore di restare a casa. Questo eviterebbe viaggi inutili e stress. Si tratta di utilizzare la tecnologia già disponibile in modo più intelligente, guardando all'individuo."

Per Trine, il rischio è quello di bruciare mentalmente e fisicamente gli atleti, facendoli arrivare a fine stagione prostrati e incapaci di guardare con serenità al futuro:

"Jonas ama correre in bicicletta, ma deve anche stare bene nella vita di tutti i giorni. L'allenamento non dovrebbe rappresentare un patimento negli altri 250 giorni dell'anno in cui non si gareggia.

È fondamentale che gli piaccia quello che fa."

La critica al sistema: basta al riciclo degli ex professionisti

La polemica sollevata da Trine va oltre le dinamiche interne della Visma | Lease a Bike — che pure ha già modificato il programma di Jonas per il 2026 e promette ulteriori aggiustamenti per il 2027. La vera stoccata è rivolta al management generale del ciclismo mondiale, accusato di soffrire di un forte conservatorismo culturale:

"Se si continua ad assumere solo ex ciclisti professionisti nei quadri tecnici e dirigenziali, nulla cambierà mai. Le cose continueranno a essere fatte allo stesso modo semplicemente 'perché si è sempre fatto così'. Ma il mondo si evolve, e il ciclismo deve evolversi con esso, aprendosi a figure professionali con prospettive diverse provenienti da altri settori."

L'unico obiettivo: la felicità dell'atleta

Nessun ultimatum sulla carriera del marito, ma solo la ricerca del suo equilibrio personale.

Trine ci tiene a ribadire la totale vicinanza alle ambizioni sportive di Jonas:

"Finché lui è felice, non mi interessa a quali corse partecipa. Quelli sono i suoi sogni e io lo sosterrò sempre al massimo. La questione è se i corridori possano competere ai massimi livelli mondiali senza che le logiche logoranti di questo sport finiscano per consumarli dentro."