Il 5 marzo 2026, secondo quanto riportato da TechCrunch, l’amministrazione statunitense starebbe valutando un pacchetto di misure straordinarie volte a controllare l’esportazione dei chip AI. La proposta prevede la richiesta di un’autorizzazione governativa per ogni spedizione, indipendentemente dal luogo di produzione o dal produttore.

Una proposta di portata globale

La bozza, diffusa da Bloomberg e ripresa da TechCrunch, indica l’intenzione degli Stati Uniti di estendere il proprio raggio d’azione ben oltre i confini nazionali. L’obiettivo è imporre una supervisione su tutte le vendite di chip AI avanzati, inclusi quelli realizzati al di fuori del paese, con la finalità dichiarata di mantenere un controllo strategico sulla tecnologia AI e preservare la sicurezza nazionale.

Tradizionalmente, le restrizioni statunitensi si applicano alla tecnologia di origine americana o quando componenti U.S. sono implicati. La novità sarebbe l’estensione a vendite globali, includendo aziende come Nvidia e AMD ovunque producano i loro chip. Questo approccio segnerebbe una svolta geopolitica, con il governo che pretende voce in capitolo per ogni transazione di chip AI, non solo quelle direttamente statunitensi.

Le condizioni alternative già in vigore

Dall’inizio di gennaio 2026, il Bureau of Industry and Security ha già modificato le regole relative a due chip specifici: Nvidia H200 e AMD MI325X. Le esportazioni verso Cina e Macao avvengono ora con licenza caso per caso, ma solo se rispettano criteri stringenti, tra cui limite di prestazioni, disponibilità commerciale negli USA, tariffe del 25%, limite del 50% sul volume, test di terze parti e procedure KYC.

Parallelamente, sono state introdotte licenze annuali per Samsung e SK Hynix, in sostituzione dello status di “Validated End User” (VEU). Anche per i tool di produzione inviati in Cina sono ora richieste autorizzazioni annuali, segnando una transizione verso un regime più rigido e meno prevedibile.

Implicazioni e tensioni

Richiedere un permesso governativo per ogni esportazione di chip AI avanzati solleva criticità immediate. I produttori americani come Nvidia e AMD potrebbero subire ritardi e costi burocratici superiori, rendendo meno competitiva la loro offerta rispetto ad aziende estere. Inoltre, il dialogo con alleati fondamentali per l’hardware dei semiconduttori, come i Paesi Bassi, diventa cruciale.

La misura potrebbe anche innescare contromisure, ad esempio da parte di Pechino, già attiva su minerali critici come gallio e germanio o soluzioni AI nazionali. Si innalza così il rischio di una frammentazione sempre più marcata della catena globale del valore tecnologico.

Il contesto politico interno negli Stati Uniti

Questa strategia s’inserisce nel solco delle politiche dell’amministrazione precedente: sospensione della regola “AI Diffusion” ereditata da Biden, apertura condizionata all’export di chip H200 con tariffe ed esclusioni militari. Tuttavia, la nuova proposta supera queste misure, puntando a un controllo centralizzato e pervasivo. Il Congresso è già intervenuto con posizioni contrapposte: mentre alcuni chiedono un inasprimento delle restrizioni, altri avvertono il rischio di isolazionismo e di danni alla leadership tecnologica americana.

Chi opera nella filiera—dal design chipmakers ai fabbricatori di tool, fino ai clienti cloud e agli operatori di data center—affronta ora un panorama normativo più incerto e dinamico, dove compliance e strategia si intrecciano strettamente. Nel medio termine, questa svolta potrebbe condurre a un riequilibrio dei flussi globali di chip AI: da una parte la preminenza protettiva del modello statunitense, e dall’altra la spinta verso autonomia tecnologica da parte della Cina e dei suoi partner. Man mano che il dibattito prosegue, diventa fondamentale monitorare la versione definitiva della regola e la risposta delle alleanze tecnologiche per valutare se gli Stati Uniti riusciranno a preservare l’innovazione interna senza perdere terreno nell’arena AI globale.