La community è la parola chiave della nostra epoca. La necessità di condividere ogni attività svolta, quasi perdesse valenza eseguirla individualmente, ha contagiato ogni campo della vita, anche quello sportivo. Il fitness ricopre un posto d’onore nella classifica degli interessi sociali. In particolare, se a questo si unisce l’aspetto “social”, nasce un nuovo modo di intendere lo sport, nel caso specifico, la corsa.A tal proposito, la denominazione “parkrunner” indica dei corridori, professionisti o principianti, di qualsiasi fascia d’età, che s’incontrano in località prestabilite per percorrere insieme un tragitto di 5 chilometri.

Attività nata a Londra nel Bushy Park da un piccolo gruppo di amici che s’incontrava lì per gareggiare assieme. “Format” che è cresciuto esponenzialmente nel corso di pochi anni fino a coinvolgere migliaia di persone di nazionalità diverse.

Il valore aggiunto è la condivisione, lo spronarsi a vicenda, l’apporto emotivo reciproco dei partecipanti. Questo snatura la corsa dal suo significato esclusivamente agonistico e la connota di un diverso habitus.

Diventa un’esperienza comune e totale che investe ogni aspetto psicosociale. Oltre al desiderio di correre, ciò che spinge questi corridori è il riunirsi e far parte di una community, che non solo s’incontra nel caso dell’evento prestabilito, ma virtualmente, tramite i social resta in contatto costantemente. Nasce così una coscienza di gruppo, una consapevolezza che colma il deficit di stima, coraggio e l’immensa solitudine, diffusi nella nostra epoca.In occasione di queste corse comuni i partecipanti si abbracciano, si stringono le mani cercando di trasferire, come “taumaturgicamente”, la forza e la determinazione l’un l’altro.

Gli aspetti più prettamente tecnici dell’evento sportivo non vengono trascurati, anzi ogni corsa è cronometrata, i tempi registrati e tutto è riportato sui propri profili Facebook. A livello organizzativo è tutto gestito da volontari e da sponsor, qualora siano interessati ad aderire. In Italia il Parkrun è stato esportato da un ingegnere siciliano, Giorgio Cambiano, e su sua iniziativa è stato aperto il 23 maggio 2015 il primo circuito adibito a tale attività sportiva.

Visto il successo riscontrato, altre città hanno aderito promuovendo questo new trend.

L’eterogeneità dei partecipanti e la fluidità dei contesti comunicativi, con il rispetto di codici etici ben strutturati, sono peculiarità già presenti in un sistema detto “November Project”. Quest’ultimo è stato realizzato da studenti universitari di un’università di Boston al fine di creare un appuntamento fisso comune per allenarsi nei mesi più rigidi.

Iniziativa che ha avuto un largo seguito ed è tuttora notevolmente diffusa negli Stati Uniti e in Canada. Le parole d’ordine sono abnegazione e costanza nel rispettare date e ritmi.

Il connubio con l’utilizzo di Facebook e Twitter fa sì che lo spirito di gruppo regni e regoli il contesto conservandolo, come in nome di una comune volontà originariamente prestabilita a priori. Il soggetto agente non è più l’individuo singolo, ma è il gruppo: ovvero un’identità plurima di cui il singolo è parte.

La persona si identifica nella community e acquisisce così una nuova “configurazione” grazie ad essa. Il nuovo “Homo Sociologicus”, concetto ideato dal sociologo Ralph Dahrendorf, si spersonalizza nel sociale, ma allo stesso tempo acquista una nuova personalità che si manifesta non più nell’unicità, ma nella moltepicità.

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