Pubblicato da Rizzoli nel marzo 2017, "Da dove la vita è perfetta" è il quarto libro di Silvia #Avallone, la pluripremiata autrice italiana classe 1984, conosciuta ai più per l'enorme successo di "Acciaio", il romanzo del 2010 che l'ha indubbiamente consacrata al grande pubblico. Ma perché recensire un libro a quasi sei mesi dalla sua uscita? Per andare oltre le classifiche di vendita, per gettare lo sguardo al di là degli espositori di #Libri che mostrano le novità e scegliere di entrare dalla porta principale di una storia, l'unica che garantisce l'accesso a un romanzo: cercare un libro, trovarlo, comprarlo, aprirlo, assaggiarlo, leggerlo e...

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riflettere su quel che ci ha detto e dato.

Un insieme di voci, ma non un coro

"Da dove la vita è perfetta" è, a mio avviso, un insieme di voci. No, non un coro, nessuna delle voci si pronuncia in assonanza con le altre e anzi, tutte sembrano arrivare da punti ben diversi del corollario emozionale e umano delle esperienze di vita. Voci e suoni differenti, che però al contempo non creano caos e confusione, ma un insieme di esperienze che camminano in equilibrio sulla vita. Lo sfondo è quello di una Bologna spettatrice e inconsapevole artefice dei destini dei personaggi che si mostrano, senza maschera, tra le pieghe del romanzo. E allora la voce della diciassettenne Adele, scossa da un evento capace di mutare la forma del suo corpo e della sua anima al tempo stesso, parla in qualche modo insieme a quella di Dora, una giovane donna che quell'evento lo insegue, disperatamente, senza riuscire ad afferrarlo, trascinandosi dietro un Fabio dubbioso, combattuto tra l'essere l'adulto che è o il ragazzino che era.

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E parlano insieme le voci di Zeno e Manuel, due facce della stessa medaglia della periferia difficile e dimenticata, dove fianco a fianco vive chi prova ad andarsene studiando e chi spacciando, alla ricerca ognuno del suo personalissimo treno in grado di portarlo lontano, là, da dove la vita è perfetta. E parla anche Bianca. Lo fa, per gran parte del libro, con la voce silenziosa e potente che solo la vita che si manifesta imponente può avere.

La concretezza della vita "vera": Silvia Avallone dimostra ancora una volta di saperla raccontare

Come avvenne per Acciaio (il secondo romanzo della Avallone, Rizzoli 2010), la sensazione che si avverte sin dalle prime righe di "Da dove la vita è perfetta" è quasi carnale. Nessun preambolo, nessuna lenta introduzione: si apre il libro, si va alla prima pagina e BAM, siamo lì. Lì, nell'attimo stesso in cui la vita di cui stiamo leggendo e leggeremo si svolge in uno dei suoi momenti essenziali. È una discesa, veloce, dalla nostra dimensione a quella in cui vivono i personaggi di cui l'autrice ci parla.

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Si apre una porta, nulla più che questo: si apre una porta e si è lì a guardare e vivere quel che ci è dato in pasto.

Silvia Avallone dimostra, ancora una volta, di saper parlare della vita vera e di farlo in maniera consapevole e concreta senza scadere nel pietismo o nell'eccessivo romanticismo. Le immagini che arrivano, arrivano in modo forte e chiaro, così come gli scossoni di emozione che sono in grado di generare. Nessuna nota edulcorata, nessuna ricerca di comprensione e giustificazione: quello di cui parla l'autrice, semplicemente, è. Non ci chiede di capire, nemmeno di interpretare, ma soltanto, a mio avviso, di guardare e accorgerci che esiste.

Siamo tutti fatti anche di questioni irrisolte

Da dove la vita è perfetta dice tante cose, e lo fa senza mezzi termini, senza troppe metafore, senza complicare messaggi che devono arrivare dritti al punto. Parla di sottrazioni. Nel filo del romanzo, tra le pieghe delle parole, nelle strade delle frasi che compongono questo libro, Silvia Avallone ci torna sopra più volte, su questo termine. Ci torna sopra e, inspiegabilmente, è come se lo si vedesse per la prima volta per quello che effettivamente è: qualcosa di meno; qualcosa di tolto. Qualcosa che dovevamo avere e non avremo. Qualcosa che ci mancherà, per sempre. Perché siamo fatti anche di assenze.

Siamo (anche) il risultato per sottrazione di chi e che cosa non c'era quando ne avevamo bisogno. Parla di gioventù. Una gioventù data non tanto dall'età quanto più dalle questioni sospese; dalla consapevolezza di essere e rimanere, in fondo, composti anche da quelle parti di anni irrisolti della nostra giovinezza. Parla di durezza. Di limiti, quelli esposti chiaramente da Zeno in un moto di disillusione in un passaggio del romanzo: "Perché [...] ci sono forze invincibili. Forze molto più irreparabili di uno sciocco, egoistico, desiderio." Ma parla anche di speranza, lo fa con forza, anche se non sembra. Perché si cela, nascosta nell'incedere della vita di ognuno dei personaggi della storia. C'è, ma non si prende lo spazio che merita, lasciandolo molte volte alla paura e al semplice ma vitale gesto di mettere, quotidianamente, una gamba di fronte all'altra per poter camminare: non è quello che succede, spesso, anche a noi? Parla d'amore. Più di un amore, molte sfaccettature d'amore. E di tutta la forza che può dare e tutta quella che può togliere e tutta quella che si può continuare a cercare scavando nella vita fino a rompersi le dita nella pietra. Dice tante cose, questo libro. Le dice chiare. Le dice bene. Da dove la vita è perfetta, forse, non è un luogo da cui guardare, ma un modo. Uno dei tanti possibili: il nostro. #cultura