Dilma Roussef, presidenta del Brasile e Nicolàs Maduro presidente  del Venezuela, sono ambedue in guerra con le opposizioni e con il popolo. Entrambi  coinvolti in fatti di corruzione delle imprese petrolifere, la PDVSA venezuelana e la PETROSBRAS brasiliana. Le differenze, però, ci sono perché mentre il potere giudiziario brasiliano è indipendente ed assolve ai suoi doveri, quello venezuelano, il TSJ Tribunal Superior de Justicia, recentemente rinominato da Maduro rendendolo il suo braccio  d'azione, mentre la polizia e la FANB, le forze armate, sono il suo braccio armato. Se a questo aggiungiamo che il CNE, l'organismo che gestisce le votazioni, composto  da rettori del partito di governo, è facile capire che i giochi siano metodi dittatoriali.

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Il populismo del chavismo è in crisi, si è rivelato un fallimento chiudendo capitoli in tutti i paesi. Gli amici 'ben pagati' di Chàvez cadono uno ad uno. I socialisti della rivoluzione hanno patrimoni in America.

I vertici del regime venezuelano coinvolti in  scandali legati al traffico internazionale di  cocaina, e riciclaggio di denaro sporco. Il Venezuela attraversa un momento terribile, ferita da una gravissima crisi economica causata, tra l'altro, da uno smodato uso dei proventi ricavati dall'esportazione del petrolio, appropriazione indebita di denaro pubblico e petrolio regalato ai paesi amici.

Il Venezuela è  rimasto senza soldi, un paradosso se si pensa che è il paese con le maggiori riserve di petrolio, ma non si produce più nulla, scomparsi i beni di prima necessità e i farmaci (anche quelli salvavita),  mentre la gente lotta per la sopravvivenza.

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E' il  classico metodo cubano,  che i venezuelani non hanno intenzione di accettare: mantenere il popolo ignorante e affamato, stremato dalle code e dalla fatica di cercare cibo e farmaci. Migliaia si riversano in strada chiedendo giustizia, democrazia o più semplicemente cibo, mentre la polizia e l'esercito, aiutati da bande di teppisti stipendiati da Maduro, infieriscono e reprimono selvaggiamente anziani, donne e  manifestanti pacifici.

L'altissima inflazione, arrivata al 500% non accenna a diminuire, piazza il Venezuela al primo posto nel mondo; stampare continuamente moneta è diventata l'unica alternativa per non soccombere, ma  è una misura dannosissima, poiché continuando a stampare si toglie valore alla moneta già in circolazione, aumentando, di fatto, l'inflazione e peggiorando la situazione. Il cambio bolivar/dollaro alle stelle, in una miscela esplosiva.

Come se non bastasse imperversa una grave crisi energetica,  unico paese della zona a incolpare gli eventi atmosferici ma che in realtà è dovuto a inadeguati investimenti degli ultimi anni.

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La sciocca misura di Maduro è stata quella di imporre solo due giorni lavorativi alla settimana e i venezuelani vivono sulla propria pelle tutte le difficoltà, come il blackout, distacchi programmati della luce per oltre quattro ore al giorno.

Il  Venezuela è in piena crisi umanitaria, sanitaria e alimentare,  l'80% dei venezuelani chiede l'uscita di Maduro, ritenuto corrotto e incapace. Il regime finge di non ascoltare e non bada a voti, proteste e ipotesi democratiche di cambio, infierendo con atti repressivi e violazione dei diritti umani. Esseri umani allo stremo delle forze, mortificato dall'indifferenza di alcuni media, tra cui quelli italiani e di certi politici che parlano di rivoluzione popolare sapendo che gli unici a possedere la ricchezza sono proprio quelli al potere. Il genocidio castro-madurista, prima o poi, dovrà renderne conto al tribunale dell'Aja.

Non è possibile accettare che,  per questioni politiche, si giochi con la vita di milioni di esseri umani che vivono in un paese che, negli anni dell'emigrazione, ha accolto a braccia aperte moltissimi italiani. La rabbia e la disperazione crescono a dismisura, ma se ne parla poco, con il silenziatore, perché si dicono comunisti e allora non importa se la gente muore, ma parlarne non è politicamente corretto. #Esteri