“La vicenda delle navi dei veleni non è sicuramente conclusa, perché tanti sono gli elementi da approfondire”. A lanciare l’allarme è la Commissione parlamentare d’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti che circa una settimana fa, tra il disinteresse quasi generale, ha presentato la propria relazione finale a chiusura della XVII Legislatura. Per i Commissari, quindi, molto ci sarebbe ancora da scoprire (e da dire) sui trasferimenti via mare di rifiuti pericolosi, italiani ed europei, avvenuti negli anni ’80 e ’90 verso i paesi extra Ue e il Nord Africa.

I porti italiani crocevia dei traffici internazionali di rifiuti pericolosi

Il traffico di rifiuti pericolosi, destinati soprattutto in Africa, non solo provenivano dalle grandi industrie italiane del Nord, ma anche da altri Paesi europei e l’Italia rappresentava, quindi, solo un pezzo, seppur fondamentale, di un puzzle molto più ampio. “Questi traffici - si legge nella relazione - possono essere considerati il peccato originale della lunga e complessa storia dei rifiuti italiani, soprattutto dei residui industriali, ma la centralità geografica e strategica dell’Italia nel mare Mediterraneo ha poi caratterizzato il ruolo del nostro paese all’interno di un network sicuramente europeo”.

In pratica i gruppi industriali di quasi tutta Europa si appoggiavano ai nostri porti, ultimo anello di una catena molto articolata ma ben oliata, perché in grado di garantire, grazie alla decisiva mediazione della criminalità organizzata, la partenza di molte navi cariche di rifiuti pericolosi, pronti per essere illegalmente smaltiti dall’altra parte del Mediterraneo. Un sistema basato sulla falsificazione dei documenti di tracciabilità dei rifiuti, sull’assenza di controlli degli organi competenti e sulla complicità di capi di stato fantoccio, diretta espressione degli interessi europei ed occidentali.

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Alcuni anni dopo questo meccanismo non solo si ripeterà a danno delle regioni del sud Italia (con i capi di stato fantoccio che saranno sostituiti da politici e amministratori corrotti), ma verrà anche utilizzato per altre “merci”, su tutte il traffico di armi.

Le navi dei veleni e l’omicidio Alpi – Hrovatin

A cavallo tra gli anni ottanta e novanta rifiuti e armi hanno significato una vera e propria miniera d’oro per personaggi e società insospettabili.

Lo avevano capito anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin i due giornalisti della Rai uccisi a Mogadiscio in un agguato il 20 marzo 1994. Linx, Radhost, Jolly Rosso, Rigel sono i nomi di alcune delle navi dei veleni su cui si concentrarono l’interesse e la curiosità degli inviati del Tg3. Interesse e curiosità che pagarono a caro prezzo. Navi che facevano la spola tra la Somalia e l’Italia, per poi ritornare a Mogadiscio piene di rifiuti da smaltire illegalmente, dopo aver percorso delle rotte improbabili.

Rotte che prevedevano una fermata quasi obbligatoria: Beirut. Ed è intorno alla capitale libanese che si sviluppa la vicenda dell'affondamento doloso della carretta Rigel durante il trasporto del suo ultimo carico tossico, avvenuto il 21 settembre 1987. A stabilirlo una sentenza della magistratura. E sui motivi della messinscena la commissione nella sua relazione alza il tiro, sostenendo che l'affondamento possa essere servito a "coprire interessi e affari illeciti molto gravi".

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