"Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici... questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo". Si alzava così, dando nuova vita alle parole di Tito Livio, l'urlo angosciato e forte del Cardinale Salvatore Pappalardo durante l'omelia funebre del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, trucidato dalla mafia il 3 settembre del 1982. A 32 anni esatti dal giorno in cui ebbe luogo l'agguato che causò la morte del Generale, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente della scorta Domenico Russo, l'Italia ricorda.

E lo fa attraverso i gesti e le parole di autorità politiche, di esponenti della magistratura, di componenti delle forze dell'ordine.

Intanto, rimbombano le rivelazioni di Totò Riina, emerse da recenti intercettazioni: "Questo Dalla Chiesa ci sono andati a trovarlo e gli hanno aperto la cassaforte e gli hanno tolto la chiave. I documenti dalla cassaforte glieli hanno fottuti. .. Minchia, il figlio faceva...

il folle. Perché dice c'erano cose scritte". Sembra allora trovare conferma, dalla stessa voce del boss, il "capo dei capi", ciò che è sempre stato sostenuto dalla famiglia del Generale, ossia che la cassaforte di Villa Pajno sia stata depredata degli importanti documenti in essa contenuti, documenti che potrebbero svelare gli occulti retroscena della trattativa Stato-mafia: servizi segreti deviati, influenze massoniche, ambiguità, intrighi, collusioni e misteri.

Dalla Sicilia ai palazzi del potere. "Chiunque pensi di combattere la mafia nel 'pascolo palermitano' e non nel resto d'Italia, non farebbe che perdere tempo".

Dalla fuga dalle "SS" alla partecipazione alla Resistenza con l'intento di ripristinare l'onore della patria, dalla lotta al terrorismo alla ricerca degli assassini di Moro, dalla capacità di cogliere i complessi meccanismi delle strutture associative fino alla battaglia finale contro la mafia, tutto in Carlo Alberto raccontava del suo esemplare modo di essere e di servire lo Stato: alto senso del dovere, rigore, umanità, perizia, abilità, avversione ad ogni forma di asservimento ai potenti di turno.

Ne sono eco le sue parole: "Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti".

Anche nei momenti di estrema solitudine, Carlo Alberto rimase sempre a schiena dritta, fedele ai propri ideali, radicati nel sangue e nell'animo. "Certe cose non si fanno per coraggio - sosteneva il Generale - si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli".

Per l'eccidio di Via Isidoro Carini vennero condannati nomi altisonanti: Riina, Provenzano, Greco, Brusca, Geraci, Calò. Mancano ancora tante pagine da scrivere. Intanto, è doveroso onorare uomini come il Generale Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino e le tante, troppe, vittime di mafia, rendendo loro giustizia attraverso la "memoria": ciò non vuol dire semplicemente non dimenticare, ma vuol dire attualizzare, rendendoli strumenti di comprensione del presente, i loro principi, i loro insegnamenti sulla direzione da seguire, il loro sacrificio estremo.

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