L'allontanamento dal Cavallino Rampante che ha presieduto da oltre venti anni era nell'aria. L'allerta era stata già lanciata qualche giorno fa. Quando Marchionne ricordava infatti in conferenza stampa come non c'è nessuno di indispensabile, a Montezemolo saranno ronzate le orecchie. I rapporti fra i due, si sa, non sono mai stati fraterni. Troppo diversi per andare d'accordo. Da una parte il dandy italico degno erede dell'Avvocato Agnelli, un'icona sovrapposta anche se più sbiadita e superficiale; dall'altra l'uomo d'azienda, il timoniere che ha portato la FIAT in America, l'uomo spigoloso e poco incline al confronto.

Sembrerebbe dunque, a primo acchito, solo una ragione di antipatia che ha mosso l'AD a silurare l'ormai ex presidente della Ferrari. Anche la scarsezza di risultati nella Formula 1 possono aver giocato un ruolo fondamentale nella vicenda. La monoposto tricolore infatti non ha certo brillato per risultati sotto l'egida di Montezemolo. Potrebbe essere dunque questa la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso di Marchionne? Sì, potrebbe essere, anzi no.

La Ferrari, infatti, è tanto che non vince e non c'è alcuna ragione perché Marchionne non avrebbe potuto licenziare prima il povero Cordero.

E poi si sa, la Ferrari non vende perché vince. Vende perché è un mito, vende perché ha stile, vende perché non è per tutti. A conti fatti, è molto più probabile che quella di Marchionne sia stata una mossa strategica in vista della quotazione in borsa di New York della FCA. Prima che fosse lanciata l'offerta pubblica iniziale, doveva essere Marchionne il Presidente della Ferrari, non Montezemolo né nessun altro.

Ed infatti il titolo FIAT è volato: un aumento del 3%. Non è quindi un caso, un moto di stizza o di antipatia: è mero calcolo di alta finanza. Marchionne conosceva il valore di Chrysler, sapeva come sarebbe stata accolta FIAT, adesso aveva bisogno di completare il quadro con Ferrari. Montezemolo lascia, ma lascia con un assegno da 27 milioni di euro, metà dei quali per l'indennità da pagarsi in venti anni, e l'altra metà come accordo di non concorrenza fino al 2017.

Non c'è male dunque, anche se il divorzio fra in due non è stato certo dei più costosi. Veronica Lario docet.

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