Siamo nel quartiere Don Bosco di Roma, sulla Via Tuscolana. Una volta si chiamava Quadraro, poi è diventato ufficialmente il 24° Quartiere dal nome della Chiesa Cattolica di San Giovanni Bosco. La parrocchia è ora retta da don Giancarlo Manieri, un salesiano di 65 anni, il quale ieri, sulla piazza principale del quartiere, ha autorizzato il più grande funerale della storia della mafia romana: quello dei Casamonica. Pensate un po’: questa fu la stessa piazza dove il regista Fellini girò alcune scene dello storico film “La Dolce Vita”, nel lontano 1960.

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Dunque parliamo di un funerale perfetto, con la musica di Nino Rota del 1972, in forma di banda di ottoni, l’auriga con 6 cavalli e dei cartelloni pubblicitari dove il boss Vittorio, compare come Re di Roma. Il titolo di Re non casuale nemmeno a livello topografico: a pochi passi dal quartiere Don Bosco c’è il quartiere Appio Latino, con la sua Piazza Re Di Roma, fermata dell’omonima metro.

E così la simbologia occulta è completa. Che poi tanto occulta non è visto il mega cartellone esposto sulla facciata della parrocchia: Vittorio, vestito con l’abito bianco, una croce sul petto, il Colosseo sotto e la dicitura “Re di Roma”. Come dire, ‘abbiamo conquistato l’Impero, per volere di Dio!’.

Misericordia e ravvedimento

Le prime parole di don Giancarlo sono state ‘quelle di testimoniare la misericordia della Chiesa che non chiude le porte e accompagna chiunque mostri ravvedimento’. E sembra, da come ci riferisce il giornalista Giacomo Galeazzi de La Stampa, che Vittorio Casamonica avesse mostrato tali segni, vicino al letto di morte. Dunque come poteva immaginare, il don, che il clan facesse poi un tale clamore per un funerale? Come poteva immaginarlo? La Chiesa (Cattolica) è stata ingannata? E come faceva il don ad immaginare che un elicottero avrebbe sorvolato, autorizzato dall’Aviazione civile, la sua parrocchia con un carico di petali rossi? Impossibile immaginarlo.

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E l’auriga con i suoi sei cavalli neri col pennacchio sulla testa, alla guida del carro da guerra o carrozza? Proprio come i centurioni romani, gli ufficiali dell’ esercito romano. Pennacchio presente anche sul copricapo originale degli Uffiziali e dell’odierna Arma dei Carabinieri (vedi il sito ufficiale carabinieri.it). Eppure gli avevano garantito un funerale sobrio. Guardate invece che Inno imperiale è diventato.

Il Partito Democratico e la mafia romana

E mentre il segretario del PD romano Matteo Orfini si appresta a dichiarare il partito parte civile nel processo per mafia più grande della storia di Roma del prossimo 5 novembre, sappiamo già che il 28 settembre 2010, ad una cena con Salvatore Buzzi, uno dei principali imputati, c’era anche mezzo PD, il sindaco di allora Alemanno e perfino l’attuale ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Stesso cognome altisonante di papa Paolo VI. Quella cena si svolgeva al centro per gli immigrati di Via Cupa, il “Baobab”, che si rivelerà uno dei piatti preferiti della Terra di Mezzo mafiosa, su cui ci mangiavano tutti.

Tutti tranne il sindaco Marino, ovviamente. Che non sapeva nulla e ad ogni notizia rimane sempre più sconcertato. Come poteva immaginare anche lui che un discendente come Vittorio dalla banda della Magliana, ora boss indiscusso dei Casamonica, gestisse anche il racket dei fondi ai campi rom? Impossibile saperlo!  In fondo, per far parte dell’amministrazione capitolina, mica servono referenze o curricula. Basta essere ‘ex detenuti’ e lavorare sodo presso una cooperativa come Legacoop. E poi a quella cena non erano mica tutti ex detenuti, c’erano anche persone incensurate, come il ministro Poletti, il garante dei detenuti Angiolo Marroni, e lo stesso Buzzi, a capo della coop 29 giugno. Peccato che stiano letteralmente riscrivendo i reati di corruzione e di mafia.