Dalla Siria, martoriata dalla guerra, stanno continuando a scappare migliaia di persone. A Kobane non si placano gli scontri tra le milizie curde e gli jihadista dell'Isis, uniti alle bombe di Assad che continuano dal 2012 nel tentativo di soffocare l'opposizione. E proprio da questa città distrutta dalla guerra scappano i civili, nella speranza di trovare un luogo sicuro dove vivere. Molti tentano di fuggire attraverso la Grecia anche a costo di rimetterci la propria vita. Abdullah era uno di questi, aveva deciso di tentare l'impossibile per mettere in salvo se stesso e la sua famiglia.

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Prima di tutto aveva provato col trasferimento in Canada (a Vancouver) dove vive una parente, Tima Kurdi. Secondo l'Ottawa Citizen, la donna avrebbe fatto di tutto per ottenere l'asilo per la famiglia di Abdullah, ma invano: la domanda era stata rigettata a giugno.

La realtà però è molto confusa perché in Canada non risultava nessuna richiesta di asilo se non da parte di uno zio (Mohammed), anch'essa rifiutata. Così Abdullah Kurdi, presa con sé la sua famiglia, aveva tentato la traversata della Turchia, dove si trovava in condizioni disumane già da qualche tempo. Ma nel tratto di mare tra tra Bodrum e Kos è accaduta la tragedia: durante il naufragio, la barca si è ribaltata e dodici persone sono finite in mare, annegando. Tra loro vi erano anche la moglie trentacinquenne di Abdullah, Rihan, e i loro due figli Galip (cinque anni) e Aylan (tre anni). Nel naufragio, avvenuto poco lontano dalla costa turca, sono morti anche altri tre bambini. Proprio il corpo di Aylan è finito sulla battigia. Poi, un poliziotto curdo l'ha preso in braccio e portato via, sottraendolo alla moltitudine di fotografi e giornalisti che si erano raccolti sulla spiaggia.

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Abdullah adesso vuole soltanto tornare a casa a Kobane e seppellire la sua famiglia.

L'intervista

Una fotografia ha scosso l'opinione pubblica mondiale. Si tratta dell'immagine che ritrae il piccolo corpo senza vita di Aylan Kurdi riversato sulla spiaggia, col viso nella sabbia. La fotografia è stata realizzata dalla fotoreporter Nilüfer Demir, di cui oggi esce l'intervista sul sito Internet di Daily News. E' stata scattata il 2 settembre alle 6:00 del mattino sulla spiaggia della provincia turca di Muğla. La donna racconta di come quella visione l'abbia sconvolta. A circa cento metri da Aylan, il corpo anch'esso privo di vita del fratellino Galip. Aggiunge che entrambi i bambini erano senza giubbotto di salvataggio. Demir spiega che lei e i suoi colleghi testimoniano il problema dei migranti nella regione da quindici anni e che il traffico di vite umane è aumentato in modo considerevole negli ultimi tre mesi. La donna ha immortalato centinaia di migranti in fuga verso la Grecia, riprendendo il loro dramma e la loro disperazione.

Nel frattempo sono state arrestate le quattro persone che si presume siano gli scafisti, ma la polemica non cessa. Non solo per quello che concerne il dramma umano, ma anche la questione etica riguardante la fotografia. E' stato giusto fotografare un bambino morto e pubblicare l'immagine su Internet? Fin dove arriva, sotto un profilo morale, il dovere giornalistico di un reporter? L'opinione mondiale è spaccata a metà. I social network in queste ore stanno ospitando un dibattito aperto. Ma il traffico di esseri umani non accenna ad arrestarsi: continuano i flussi migratori verso le isole greche (come Kos) nel tentativo di poter proseguire poi verso il nord Europa.