La Reuters ha recentemente divulgato il contenuto di una fatwā composta dai teologi del Califfato in materia di morale sessuale e familiare. La fatwā in questione spiega, in modo molto minuzioso, il comportamento che i jihadisti devono assumere nei confronti delle proprie schiave sessuali e più in generale nei confronti delle donne di "loro proprietà".

Alcuni precetti

  • Chi possiede una madre e una figlia dovrà scegliere con quale delle due avere rapporti sessuali.
  • Padri e figli non potranno avere rapporti sessuali con una stessa donna.
  • Le donne catturate non possono essere sodomizzate.
  • Vietato fare sesso durante il periodo del mestruo.
  • Vietato far abortire.
  • Se una schiava è stata acquistata da più persone nessuno di loro può avere rapporti sessuali con lei.
  • Bisogna comportarsi in modo benevolo ed evitare le umiliazioni.

Problemi aperti

Secondo alcuni, questa fatwā è il primo caso di regolamentazione delle relazioni tra jihadisti e schiave perchè rappresenta una nobile iniziativa dello Stato Islamico verso la tutela della donna e contro la deriva autarchica e immorale dello strapotere dei miliziani (motivo per cui il controllo e la promozione della schiavitù sessuale è attualmente portato avanti dalla polizia femminile di Al-Khansa).

Altri, invece, interpretano questa novità come volontà dell'Isis di stravolgere la tradizione secolare islamica a legittimazione della pratica della schiavitù sessuale.

Cos'è una fatwā

Per "fatwā" si intende un parere di tipo consultivo, generalmente una risposta data ad un qāḍī (giudice musulmano nominato dal governo) da parte di un faqīh (esperto di legge coranica o teologo).Una fatwā non possiede necessariamente nessuna  diretta esecutività. Oltre alla mancanza di esecutorietà della fatwā, bisogna tenere a mente che, siccome si tratta di un parere di tipo consultivo, può capitare spesso  che siano emesse fatāwā tra loro del tutto discordanti. Detta contraddizione non genera nessuno scandalo nella cultura giuridica islamica, dal momento che un detto attribuito a Maometto asserisce che «la disparità di giudizi (ikhtilāf) è una benedizione per la comunità islamica dei fedeli».

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