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La nuova provocazione della Corea del Nord fa riesplodere nel mondo la paura del nucleare. Il test condotto dal governo di Pyongyang nel corso del quale sarebbe stata fatta detonare una presunta bomba all'idrogeno è stato oggetto di ferma condanna da parte della comunità internazionale ed ovviamente ha aumentato le tensioni al 38° parallelo tra le due Coree. Quanto accaduto sembra più che altro la nuova prova di forza di una belva di carta, ultimo baluardo di un comunismo di corrente stalinista ormai in cenere. Quello della Corea del Nord è un piccolo arsenale, di gran lunga inferiore a quelli dislocati in altre parti del mondo. In alcuni Paesi la loro presenza è in sordina, ignorata dalla maggior parte dei media e dall'opinione pubblica.

È il caso dell'Italia.

Le testate nucleari di Aviano e Ghedi

Si chiama condivisione nucleare, è un piano che fu messo a punto dalla NATO in piena guerra fredda. In pratica i Paesi dotati di arsenale nucleare del blocco occidentale, nell'eventualità di un conflitto con il blocco sovietico, avevano dislocato negli altri Paesi NATO che non disponevano di tali armi un certo numero di testate. La quantità di bombe atomiche a disposizione di ciascuna nazione è segreto ma in Italia sarebbero presenti almeno 50 testate nella base di Aviano, in provincia di Pordenone, ed altre 40 a Ghedi, in provincia di Brescia. Secondo stime ufficiose gli ordigni presenti in Europa nell'ambito della condivisione nucleare sarebbero 180, cifre alla mano la metà sono entro i confini del Belpaese che tra l'altro è l'unico in Europa a possedere due depositi.

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Ci si chiede perché questa ingombrante presenza, dopo oltre un quarto di secolo dalla fine della guerra fredda, venga ancora tollerata e, soprattutto, perché sia stata circondata dall'assoluto silenzio di tutti i governi che si sono susseguiti alla guida del Paese. Senza contare gli enormi costi legati al mantenimento di due basi atomiche.

Nuove testate in arrivo

L'ipotesi di uno smantellamento di questo arsenale è ben lontana. Anzi sarebbero in arrivo, secondo fonti statunitensi, le nuove testate B61-12 a sostituire le ormai obsolete B61. Ognuna di queste bombe ha la potenza di circa 50 kiloton. Tanto per rendere l'idea: "Little Boy" e "Fat Man", i due ordigni che nel 1945 distrussero Hiroshima e Nagasaki, si aggiravano su una potenza media di circa 20 kiloton. La bomba più potente provata “sul campo” nel corso un esperimento bellico è quella utilizzata dal governo sovietico nel 1961, sull'isola di Novaja Zemjia. Una testata all'idrogeno che liberò 50 kiloton di energia, la stessa contenuta nelle nuove testate che saranno messe a disposizione delle basi italiane.

Ex centrali nucleari: il problema delle scorie

Il passato nucleare dell’Italia ha lasciato una pesantissima eredità. Nel 2011 i cittadini si espressero chiaramente in favore dell’abrogazione delle nuove norme introdotte dal governo Berlusconi per la produzione di energia elettrica nucleare ma il problema dello smaltimento delle scorie radioattive, nell’ambito del processo di smantellamento delle centrali, è ancora lontano dall’essere risolto. Italia, Portogallo e Grecia sono gli unici Paesi comunitari a non essere dotati di un deposito nazionale di smaltimento delle scorie ma soltanto l’Italia aveva centrali nucleari attive (quattro, tutte dismesse negli anni tra il 1982 ed il 1990). Nel territorio nazionale sono presenti circa 90 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, conservati in vari bunker, che attendono di essere smaltiti in un sito che non è ancora stato individuato. Oltre il 90 per cento del Paese non è stato considerato idoneo per ospitare una struttura del genere e gli unici brandelli di territorio individuati sono il sud della Puglia, alcuni siti in Molise e Basilicata ionica e piccole zone costiere in Lazio, Campania e Toscana.