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Il 2016 inizia più o meno sulla falsariga dell'anno precedente. Il problema legato ai flussi migratori investe l'Unione Europea e le previsioni sul numero di rifugiati che varcheranno i confini del vecchio continente lasciano intravedere una situazione di vera emergenza. Ciò che accade in Siria, in Iraq ma anche in tanti Paesi africani non invita certamente alla distensione e di riflesso il problema sarà vissuto dagli Stati membri dell'UE che si preparano ad accogliere migliaia di persone. C'è ovviamente chi corre ai ripari in maniera drastica, Svezia e Danimarca hanno introdotto un sistema capillare di controlli alle frontiere. In Italia, nel Comune di Milano, si pensa invece di favorire economicamente le famiglie che scelgono di ospitare i profughi. 

L'esempio di Asti

Il bando pubblicato dall'amministrazione comunale di Milano e che prevede un bonus di 350 euro alla famiglia che accoglierà un rifugiato (400 se sono più di uno, ndr) a patto però che l’ospite venga sistemato in condizioni dignitose, non rappresenta qualcosa di nuovo in Italia.

Il modello dell'accoglienza diffusa che coinvolge direttamente i cittadini è stato già sperimentato dall'onlus Piam di Asti a partire dal 2014. La procedura burocratica prevede inizialmente la sistemazione del cittadino straniero nel centro di accoglienza, in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato. Successivamente parte l'inserimento in famiglia e l'iter viene seguito passo dopo passo dall'associazione che mette a disposizione operatori propri per i percorsi di lingua e per le esigenze di carattere sanitario. Le famiglie che ospitano gli immigrati ricevono un bonus di 400 euro. Un dato curioso e certamente rilevante: su oltre sessanta famiglie che hanno ospitato i rifugiati ad Asti, la maggior parte sono costituite da immigrati di seconda generazione. "Sono i casi in cui l'accoglienza funziona meglio - aveva spiegato il responsabile della onlus Piam, Alberto Mossino - perché tra connazionali l'integrazione è immediata considerati gli stessi usi ed abitudini".

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Nel contempo si tratta di un dato che desta perplessità, indice di progressi di integrazione molto lenti. Tra le famiglie italiane non mancano infatti diffidenze ed in parecchi si sono tirati indietro. Ma l'esempio di Asti è nel complesso positivo se si pensa che comuni di altre regioni, come Genova, Arezzo, Vicenza ed ora Milano hanno pensato di adottare il modello dell'accoglienza diffusa

Hotspot, le prime difficoltà 

Un'altra questione spinosa, già sollevata nelle settimane che hanno preceduto il Capodanno è legata all'effettiva utilità degli "hotspot", le strutture che dovrebbero favorire maggiore celerità nelle macchinose procedure del riconoscimento dello status di rifugiato ma che, al contrario, hanno iniziato a mostrare le prime crepe. Quanto accaduto a Trapani la scorsa settimana è un esempio lampante. Sono stati 120 gli immigrati che, giunti nella struttura predisposta nei locali dell'ex centro di identificazione ed espulsione di contrada Milo, sono stati scartati perché non hanno fatto richiesta di asilo politico.

In realtà si sarebbero limitati a firmare un documento scritto in inglese, senza poterlo leggere visto che per la maggior parte di loro è una lingua sconosciuta. Dopo la notifica dell'espulsione dal Paese però hanno inscenato un sit-in di protesta davanti la Prefettura di Trapani, con momenti di tensione sedati dall’arrivo delle forze dell'ordine. Hanno comunque ottenuto di essere riportati all'hotspot di contrada Milo ed ora avranno 60 giorni di tempo per presentare ricorso e chiedere protezione internazionale.