Per imboccare la Torino-Savona e andare al mare a Pasquetta, centinaia di automobilisti sono passati, ieri, dalla frazione Tuninetti di Carmagnola. Il 1° luglio di tredici anni fa, i campi di mais erano rigogliosi di pannocchie e forse nessuno, durante la gita pasquale, ha associato la campagna circostante al famoso delitto del forno. Solo la settimana scorsa il macabro caso si è chiuso con il pronunciamento della Corte di Cassazione, secondo cui c'era anche una donna sul luogo del delitto. Si tratta di Monica Scaglia che aiutò il marito muratore Loris Cometto a fare a pezzi e a bruciare nel forno da pane del loro cascinale, il cadavere del ventenne torinese Alessandro Collura.

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Spesso, un killer alle prime armi si fa aiutare dal compagno nelle ultime fasi dell'omicidio. Si è sempre sospettato che lo abbia fatto - un anno prima del rogo di Carmagnola - con l'arma del delitto, subito sparita e mai più trovata a Cogne, il marito di Annamaria Franzoni, alla quale la Cassazione ha revocato i domiciliari. Ma è molto difficile individuare la prova processuale per incastrare i colpevoli di concorso in omicidio. Tornando a Monica Scaglia, è stata condannata a sei anni e otto mesi, molto meno rispetto alla precedente pena inflittale dalla Corte di Assise di Alba per omicidio aggravato.

La donna, ormai cinquantenne, è stata tratta in arresto il mattino di giovedì santo e ha trascorso la sua prima Pasqua da carcerata.

Suo marito, Loris Cometto, di anni ne deve scontare trenta. In un primo momento non era emerso un coinvolgimento della moglie nel macabro assassinio per una partita di cocaina "taroccata". L'uomo, invece, si era consegnato la sera stessa ai carabinieri di Carmagnola. Li aveva addirittura chiamati con il cellulare dal campo mais di Tuninetti, dove si era nascosto tra le canne e le pannocchie.

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Gli amici di Collura avevano organizzato una vera e propria caccia all'uomo, non vedendo tornare il ragazzo. Appena giunti a Tuninetti, videro il fumo che usciva dal cascinale degli assassini.

Un cadavere brucia a fuoco lento

I complici sapevano che Collura doveva andare in quel di Tuninetti a parlare con il muratore che lo aveva attirato in campagna per un regolamento di conti, perché la sera prima il ragazzo gli aveva rifilato della cocaina scadente. Lo riteneva un vero e proprio bidone, ma il ventenne non aveva portato la "roba", anzi la "coca" buona come gli aveva chiesto, e così gli ha sparato.

Ha poi chiamato la donna perché lo aiutasse a squartare il corpo del morto, e quindi a farlo sparire bruciandolo nel piccolo forno. Nel corso delle indagini, non è mai stato chiarito con certezza a chi dei due sia venuta in mente la macabra idea.

Inesperti, i coniugi non sapevano che un cadavere non si infiamma come una fascina di legno, ma brucia a fuoco lentissimo, e i resti delle ossa rimangono nei secoli. Lo sapevano benissimo, invece, gli inquirenti e i medici legali coordinati nelle indagini su Cometto dalla Procura di Torino.

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I cellulari dell'uomo e del ragazzo, nel giro dello spaccio di stupefacenti, erano intercettati dalla polizia giudiziaria della Procura, e il movente dell'omicidio è subito stato chiaro. A Cometto, una volta arrestato, non è mai stato applicato alcuno sconto di pena. Molto più difficile è stato ricostruire il ruolo della donna, ben assistita dalla avvocato Francesco Bosco. Ben sette sono stati i processi contro di lei, e il capo di accusa è passato, nei vari giudizi, da omicidio premeditato a occultamento di cadavere. La Suprema corte ha stabilito che si tratta di concorso anomalo in omicidio.