«Il pubblico ministero e l'apparato di sicurezza stanno allargando il cerchio dei possibili sospetti». Sono fonti vicine agli inquirenti a confermare che l'Egitto non considera concluse le indagini sulla morte di Giulio Regeni. Chiunque coprirà i veri colpevoli «sarà citato in giudizio ed accusato. Finora siamo sicuri che l'omicidio sia volontario e che la morte è stata causata da torture». Parole insolite, seppure non ufficiali, che raramente erano state pronunciate da autorità de Il Cairo, dove il termine "tortura" ha cominciato ad affacciarsi solo negli ultimi giorni. 

I contatti tra gli inquirenti

Inoltre il procuratore generale della Repubblica araba d'Egitto, Ahmed Nabil Sadek, ha contattato il capo della procura di Roma Giuseppe Pignatone, assicurandogli «l'impegno di continuare le indagini in ogni direzione fino all'accertamento della verità».

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Inoltre il prossimo 5 aprile, ha assicurato Sadek, verra finalmente consegnata alla polizia italiana tutta la documentazione relativa all'indagine ripetutamente richiesta. 

Le pressioni internazionali

Non è probabilmente un caso che tali aperture seguano pressioni internazionali notevoli per un governo fragile come quello guidato da Al-­Sisi. Secondo il New York Times, infatti, esperti americani di Medio Oriente avrebbero inviato una lettera al presidente Obama, chiedendogli di rivedere i rapporti con Il Cairo, alla luce dell'escalation della repressione, delle detenzioni arbitrarie, dell'uso della tortura e degli omicidi come quella del giovane dottorando italiano.

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Nella lettera, si mette in guardia il Governo americano dal proseguire la collaborazione con l'Egitto in chiave anti-terrorismo. Secondo gli esperti, l'America aveva sospeso le forniture militari a Il Cairo, per poi riprenderle una volta deciso di intervenire in modo più concreto contro l'Isis. Tuttavia, dopo tale scelta, le operazioni anti-opposizione di Al-Sisi si sono moltiplicate, causando detenzioni arbitrarie, torture e omicidi, proprio come quello del giovane dottorando italiano. 

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