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Stupore e amarezza: questo è ciò che provano i parenti delle vittime della strage di Oslo e Utoya del 2011 ad opera di Anders Breivik. Non è possibile concedere migliori condizioni e un trattamento “più dolce” per l’attentatore che mai, in nessun momento e in nessuna occasione dei processi a suo carico, ha mostrato un minimo segno di pentimento. Anzi, sempre a testa alta e convinto delle sue azioni, guidate da una criptica "mente malata", si è mostrato fiero e sicuro di sé (impossibile non ricordare il suo saluto nazista in aula di tribunale).

Ma il tribunale ha dato ragione proprio a lui, all'autore di stragi che per sempre resteranno macchie indelebili nella mente degli europei e non solo. La causa intentata contro lo Stato dallo stesso attentatore prendeva origine dal “trattamento inumano” della sua detenzione.

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Secondo la Corte, il regime di isolamento di 5 anni, adottato dal momento della carcerazione definitiva, contrasta con l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, che vieta qualsiasi forma di tortura e trattamento inumano o degradante per i detenuti.

Breivik: leso il diritto ad equa detenzione. Giudici troppo clementi?

La decisione del Tribunale norvegese sta facendo discutere il mondo intero e difficilmente sarà “digerita” dai familiari delle vittime. La legge del Paese scandinavo, già molto clemente, prevede per questo tipo di reato una pena di 21 anni di reclusione. Se a ciò si affianca la clemenza di giudici forse un po' troppo "larghi di maniche", ecco che si giunge ad una sentenza paradossale.

L’autore dell’attentato dinamitardo di Oslo (8 morti) e della sparatoria sull'isola di Utoya vince non solo la sua causa, ma allo stesso tempo distrugge le speranze di vera giustizia di milioni di persone.

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Questo perché lo stesso massacratore nazista godeva già (inutile negarlo) di un trattamento estremamente clemente, adottato nei suoi confronti: la sua cella è un vero e proprio appartamento di circa 30mq, dotato di tutti i confort per vivere senza problema alcuno (palestra, servizi igienici personali, televisore e computer). Una condizione carceraria che per i detenuti di ogni altro Paese del mondo è pura utopia.

Una democrazia timorosa

Ogni pena, così come afferma anche l’ordinamento dello Stato italiano, deve tendere alla rieducazione del condannato, al fine di favorire un suo reinserimento nella società. Ma tutto questo vale anche per un carnefice senza scrupoli, che mai ha mostrato un minimo segno di pentimento? Non serve essere degli esperti in materia per capire che, forse, questa volta si è andati davvero oltre. La bilancia che tende ad equilibrare i diritti dei condannati da un lato e l’effettiva repressione delle loro condotte sulla base di una sempre maggiore sicurezza dall'altro, sembra essere andata ancora una volta in tilt. Condanna a 5 anni di isolamento? Non è giusta, “pena inumana”, e Breivik sorride alle spalle di un sistema che, sicuramente, da questa vicenda ne esce stordito e sconfitto.