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Dalle 19 di ieri, ora di Damasco, fino alle 23.59 del prossimo 18 settembre, il governo siriano ha sospeso qualunque tipo di azione militare indirizzata a colpire i ribelli. In questo modo Aleppo e le altre città sotto assedio potranno finalmente essere raggiunte dai convogli umanitari dell'Onu, considerata la situazione disperata in cui versa gran parte della cittadinanza. La tregua concordata a Ginevra tra il segretario di Stato americano, John Kerry, ed il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, è dunque entrata in vigore ma rimane fragile ed incerta [VIDEO].

Le dichiarazioni di Kerry e Kirby

Le operazioni militari contro l'Isis e l'ex Fronte Al Nusra proseguiranno.

Fermo restando che uno degli obiettivi dell'intesa rimane quella di creare un fronte unico contro lo Stato Islamico, Sergej Lavrov ha detto a chiare lettere al suo omologo di Washington che una delle condizioni fondamentali dell'accordo è l'isolamento delle milizie jihadiste alleate dei ribelli, puntando il dito in particolare contro Jabat al-Fatah al-Sham, il nuovo nome assunto da Al Nusra nel tentativo maldestro di "ripulire" i suoi legami con Al Qaeda. Ieri il presidente Bashar al-Assad si è recato a pregare nella Moschea di Daraya, città simbolo della rivoluzione che alla fine del mese scorso è stata espugnata dall'esercito regolare dopo quattro anni di assedio. "Intendiamo riconquistare ogni parte di territorio siriano in mano ai terroristi", ha detto il rais al termine della cerimonia religiosa.

Per questo motivo è lecito attendersi nuovi raid aerei governativi contro le milizie ex qaediste. In proposito, John Kerry aveva dichiarato che "tanto gli Stati Uniti quanto la Russia avrebbero potuto approvare l'azione", una notizia di incredibile rilevanza perché sarebbe stata la prima operazione militare del regime a svolgersi con il nulla osta di Washington. Ieri sera però il portavoce del Dipartimento di Stato americano, John Kirby, ha fatto un'altra dichiarazione che sa tanto di rapida retromarcia. "Gli accordi di Ginevra non contengono disposizioni per gli Stati Uniti e la Russia relativa all'approvazione di attacchi aerei da parte del governo siriano".

L'intesa ha rafforzato Mosca

Se possiamo cinicamente definire la questione siriana una partita a scacchi, oggi è la Russia di Vladimir Putin a muovere meglio le sue pedine. Lavrov ha accettato i termini dell'accordo imposti dagli Stati Uniti in merito alla piena collaborazione di Assad perché sapeva che quest'ultimo avrebbe rispettato il volere di Mosca la cui influenza sul regime è fortissima.

Al contrario, Washington non può garantire la piena collaborazione dell'opposizione perché non si tratta di un gruppo omogeneo. Finanziate ed armate da Paesi della sfera d'influenza statunitense, le milizie ribelli contengono però diverse "anime", alcune delle quali molto estremiste e vicine all'Islam radicale a tal punto che oggi è difficile fare una distinzione. Una parte dell'opposizione, a conti fatti, si fida poco degli Stati Uniti. Prova ne è la reazione dei due più importanti gruppi armati anti-Assad. Ahrar al-Sham, che rappresenta il grosso del Fronte Islamico ed è politicamente vicino ad Arabia Saudita e Turchia, ha già annunciato la sua ferma opposizione alla tregua e la sua intenzione di continuare a combattere le truppe governative. L'Esercito siriano libero, il gruppo di miliziani ribelli più vasto ed organizzato, politicamente vicinissimo alla Turchia, non ha apertamente osteggiato l'accordo ma è come se lo avesse fatto nel momento in cui Fares al-Bayoush, comandante del Fronte Nord dell'Esl, ha definito "impossibile" una separazione dall'ex Fronte Al Nusra. Bashar al-Assad ha rivendicato il diritto, peraltro legittimo, di rispondere con le armi a qualunque gruppo armato che violi la tregua. Se il cessate il fuoco dovesse interrompersi a causa di un'azione delle milizie suddette, Mosca e Damasco saranno dalla parte della ragione e gli Stati Uniti si scopriranno ancora una volta con le mani legate.