Lucio Picci, professore dell'Università di Bologna, è finito sulle pagine di numerosi quotidiani nazionali per non impedireai propri studenti di copiare, perché «non può far rispettare regole che l'università permette ai docenti di violare». Giovedì 6 ottobre ha tenuto una votazione tra i suoi studenti che, con una maggioranza di circa l'85%, hanno deciso di continuare a rispettare le regole. Ecco come il professore giudica l'intera vicenda e l'esito del voto.

Lei ha fatto tante battaglie contro il plagio, perché quest'ultima è stata quella che ha fatto maggior clamore?

«L'evento scatenante è stato il conferimento del titolo di professore emerito a un collega che in passato era stato accusato di plagio. Per alcuni questa vicenda è stata una sorta di goccia che ha fatto traboccare il vaso. Se fossero vere le accuse, ci troveremmo difronte a un premio di fine carriera conferito a una persona eventualmente colpevole. Difronte a questo fatto, io e pochi colleghi, abbiamo chiesto al rettore Ubertini quale sia la verità dei fatti. Eventualmente siamo difronte alla difficoltà di ammettere un errore».

Alcuni sono sembrati d'accordo con lei ma non col metodo che ha utilizzato.

«E' stato utilizzato un metodo che incoraggiasse il dibattito pubblico. Se si è arrivato a quel punto lo è stato perché non vi è stata alcuna risposta da parte del rettore e di altre cariche accademiche a fronte di ripetute richieste di chiarimento. Fallito questo tentativo la questione è diventata pubblica, come è doveroso che sia, perché la situazione attiene alle responsabilità generalidi un'università pubblica».

Diversi colleghi hanno appoggiato la sua iniziativa, ma perché non c'è stato un maggiore sostegno?

«Questa è una battaglia che non ho condotto da solo, ma che è stata condivisa da pochi colleghi. Anzi, all'interno dell'università c'è un palpabile imbarazzo. Nella lettera che ho reso nota, denuncio e descrivo quello che è un sistema di impunità del plagio accademico nell'università di Bologna, che si basa su due aspetti: la segretezza, cioè che dei casi di plagio non si venga mai a sapere, e la presenza di una fitta rete di connivenze che si basa sugli interessi personali dei professori. Ciò rende difficile segnalare i casi e denunciarli, si ha l'impressione che i plagiari siano potenti e protetti».

Cosa hanno deciso gli studenti e qual era il quesito?

«Il quesito che ho proposto agli studenti era se ritenessero che le regole dell'integrità accademica, in primis il non copiare e non plagiare, dovessero essere rispettate nel corso. In entrambi i miei due corsi ci sono circa 50 studenti. L'ampia maggioranza si è espressa per un rispetto dell regole. Questo è un risultato molto soddisfacente perché ha permesso di avere un dibattito sul significato delle regole ma anche su cosa sia l'università».

Non crede che gli studenti si siano trovati coinvolti in una situazione nella quale non volevano trovarsi? Alcuni studenti hanno giudicato questa iniziativa un po' fuori luogo.

«Molti studenti hanno trovato l'iniziativa fuori luogo, intendendo che la vicenda del plagio è una vicenda accademica, che interessa solo i professori. Credo che questa critica derivi da una visione che molti hanno dell'università, intesa come un erogatore di servizi formativi. Così, la mia provocazione sarebbe fuori luogo. Però, per me l'università dovrebbe essere una comunità. Tuttavia, ritengo che la maggioranza abbia capito l'importanza dell'esercizio che abbiamo condotto».

Lei ha anche affermato che nell'università di Bologna ci sono professori validi e che non si debba generalizzare. Non crede, però, che questo messaggio non sia passato agli studenti e agli stessi professori?

«Nell'università di Bologna ci sono amministrativi e tecnici di altissimo livello. Ma il dibattito riguarda la responsabilità che una grande università pubblica possiede nei riguardi della società italiana. Deve trasparenza, anche nei confronti degli errori che commette, oppure è un'isola che erige muri di gomma?».

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