Quando il 3 febbraio del 2015 Sergio Mattarella, dinanzi al parlamento, proclamava il suo discorso di insediamento, una parte di quest'ultimo fu dedicata proprio all'impegno e alla lotta contro le mafie, definendole "un cancro" per la nazione. Dopo poco più di un anno, il 21 marzo 2016, la giornata nazionale per la lotta alle mafie vede adesione e partecipazione da parte di migliaia di persone, soprattutto giovani.

Quel "cancro" purtroppo è ancora vivo e continua a minacciare il paese e le sue istituzioni, nonostante l'impegno dimostrato dalle forze dello Stato (è notizia recente del sequestro di beni alla 'Ndrangheta per un valore di 500 milioni di euro) nel combattere coloro i quali credono di fare della cosa pubblica, una cosa propria. Tantissime oggi le associazioni che, ancora una volta, hanno dato il proprio contributo a queste manifestazioni svoltasi in tante piazze italiane, per dire "no" a un male difficile da estirpare.

Allora alla luce di questa giornata, sarebbe giusto chiedersi cosa si deve ancora fare e cosa deve cambiare affinché questa battaglia sia vinta, dando una definitiva prova di maturità da parte del paese.

La presa di coscienza

Sono tanti i volti e le icone di chi ha cercato di opporsi e non piegarsi alla criminalità organizzata. Queste figure sono entrate di diritto nell'immaginario collettivo per il sacrifico dimostrato durante la loro lotta e a volte per le uccisioni barbare di cui sono state vittime.

Questi personaggi sono diventati simboli dell'impegno contro la mafia e cosa ancora più importante, le loro storie sono diventate esempi da seguire per tanti altri giovani, che si riconoscono in quegli ideali. La vittoria più grande che si potrebbe ottenere da una giornata simile, rivolta anche al ricordo di questi uomini e queste donne, è la definitiva presa di coscienza che la mafia non è più confinata all'area meridionale del paese, ma che negli ultimi anni si è estesa, andando a colpire quelle zone che sono economicamente più fertili e anche meno abituate a fenomeni criminali di questo tipo.

Questo basta a sottolineare come la lotta alle mafie deve essere condotta a livello nazionale, con l'impegno e la partecipazione di tutta la società, evitando di etichettarla come una necessità di solo una parte del paese. Quei ragazzi e quelle ragazze che sono scesi in piazza, hanno lanciato, prima di tutto, questo segnale: insieme si è più forti.

Non si tratta di semplice retorica. Sebbene possano sembrare le solite frasi di circostanza, la sua essenza rimane intatta.

L'insegnamento, il primo passo

Più volte i governi, i partiti e i leader politici hanno affrontato il problema delle mafie da punti di vista diversi, ma quasi sempre con una medesima dinamica, quella operativa, ossia di un intervento fatto direttamente a colpire i capi di queste organizzazioni criminali. Eppure, prima dei pool, delle squadre speciali e delle commissioni parlamentari, ciò su cui sarebbe necessario lavorare dovrebbero essere le persone e i giovani, in particolare quelli che vivono nelle comunità più difficili e spesso dimenticate.

È proprio in questi luoghi che le mafie proliferano con le loro attività criminali, dando una risposta e una soluzione a chi vive una vita complicata. Allora, il primo passo dovrebbe essere quello di un'istruzione che punti a sensibilizzare i più giovani e rendere più chiaro cosa vuol dire opporsi al sopruso. Soltanto creando una cultura dell'antimafia sarà possibile inaridire quel terreno in cui le mafie piantano le proprie radici e non creare più le condizioni affinché queste possano essere ancora presenti tra di noi. La mafia non deve essere tollerata, né tanto meno bisogna conviverci, ma deve essere solo debellata.

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