Il passaggio dell’uragano Matthew ha lasciato sul terreno morte, dolore e distruzione. Una furia devastatrice e assassina, che ha raso al suolo intere città e ucciso centinaia di persone in tutti i paesi dell’America Centrale sui quali si è abbattuta. O meglio, su quasi tutti. Perché a cuba, anche se i danni alle cose sono incalcolabili, non si è registrata nessuna perdita di vita umana. E non è la prima volta.  

Un sistema di protezione civile efficiente

È un paese complicato, Cuba. È una nazione dalla storia unica e controversa, ricca di bellezze e lati oscuri, carente di strutture ma gravida di un capitale umano straordinario.

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Medici, ricercatori, docenti, tecnici: sono centinaia di migliaia e vantano tutti un livello di conoscenza e di preparazione invidiabile. Che permette di comprendere e affrontare adeguatamente anche flagelli della natura incontrollabili, che altrove mietono vittime su vittime. Uragano Matthew compreso. Un ciclone distruttivo, che ha imperversato sul territorio cubano per oltre quattro ore, con raffiche di vento di 250 km orari. Il suo passaggio sull’isola ha provocato danni materiali incalcolabili, ma nessuna vittima.

Nessun morto. A differenza di Haiti, dove ha causato almeno 900 decessi e la più grande crisi umanitaria dal terremoto del 2010. A differenza anche degli Stati Uniti, che piangono nella east coast meridionale già 10 vittime. Il merito è riconducibile ad un efficiente sistema di protezione civile, che a Cuba rappresenta una parte della struttura militare del Paese, da sempre impegnata nella difesa del territorio in quanto considerato elemento strategico di difesa. Una macchina organizzativa imponente e complessa, che appena riceve l’informativa del rischio, solitamente 72 ore prima dell’evento calamitoso, attua l’evacuazione e il trasferimento delle persone e di tutti i beni di prima necessità possibili.

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Tutti i mezzi statali disponibili vengono mobilitati dai militari, che obbligano la popolazione a seguire le direttive emanate dalle autorità nazionali, provinciali o municipali. E qui subentra un altro fattore chiave: a Cuba, le istruzioni impartite alla popolazione dai soldati vengono rispettate da tutti.

Katrina, Gustav e Ike

Nell’ultimo decennio, sono stati diversi gli uragani dalla forza distruttrice che hanno stravolto e sfigurato i Caraibi. Cuba compresa. Gli effetti però, sono stati sempre molto diversi.

A partire dal numero delle vittime falciate. Nell’agosto del 2005 ad esempio, l’uragano Katrina, considerato il più devastante tifone mai giunto negli Stati Uniti, in pochi giorni uccise più di 1.800 persone. Decine di migliaia invece, furono gli americani costretti alla fuga. Anche a Cuba, più di 8 mila persone vennero evacuate poco prima che la città costiera di Surgidero de Batabanò venisse sommersa quasi totalmente dall’acqua. Ma non ci fu nessuna vittima.  Gustav invece, è stato il secondo ciclone per forza ed intensità del 2008.

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Categoria 4, con raffiche di vento fino a 250 km orari, ha ucciso 153 persone sparse tra le Isole Cayman, Porto Rico e Oklahoma. Neanche questa volta, a Cuba ci sono stati morti.  Otto giorni dopo, sull’isola si è abbattuto un nuovo tornado di inaudita potenza. Stavolta lo chiamarono Ike. Colpì Haiti, Stati Uniti e Cuba, causando 143 morti e danni per 31 miliardi di dollari. Per fronteggiare l’emergenza, le autorità cubane dichiararono lo stato di massima allerta: circa due milioni di persone vennero evacuate. Stavolta però anche a Cuba si contarono 7 vittime. Una conseguenza diretta della violenza devastatrice di Ike, ma anche il risultato drammatico della mancata osservanza delle misure indicate dalla Protezione Civile. Due uomini di 76 e 35 anni, ad esempio, morirono colpiti da un fulmine mentre erano intenti a smontare un’antenna istallata sul tetto della loro casa, a Villa Clara. Un altro uomo di 35 anni invece venne colpito e ucciso da un albero sradicato nella città di Camaguey.