In un'Italia alle prese con la campagna elettorale per il referendum costituzionale, alcuni argomenti 'caldi' sembrano aver perso spessore. Primo tra tutti, la lotta alla criminalità organizzata che continua incessantemente da parte di magistrati e forze dell'ordine. Arriva dalla Sicilia una notizia singolare che rappresenta una "prima volta" per il nostro Paese. A Paceco, Comune della provincia di Trapani, una banca è stata posta sotto sequestro ed ora proseguirà la sua attività sotto amministrazione giudiziaria.

Provvedimento 'storico' in Italia

Il provvedimento che, pertanto, possiamo definire 'storico' perché unico nel suo genere ai danni di un istituto di credito italiano, riguarda la Banca di Credito Cooperativo 'Senatore Pietro Grammatico' e, nel dettaglio, la sede centrale di Paceco e le quattro filiali di Trapani, Marsala, Dattilo (Paceco) e Napola (Erice). La relativa amministrazione è stata affidata ad Andrea Dara, professionista che in passato ha già gestito strutture sotto tutela giudiziaria, con la collaborazione della Pricewaterhouse Coopers, network internazionale con sede nel Regno Unito che offre servizi relativi a consulenze finanziarie, fiscali e legali. Il provvedimento di sequestro è stato eseguito dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo, disposto dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Trapani.

L'inchiesta è stata coordinata dal procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, insieme al procuratore aggiunto Dino Petralia. "La Bcc di Paceco - ha detto il procuratore Lo Voi - è stata amministrata da soggetti in contatto con ambienti legati alla criminalità organizzata o da personaggi vicini alla mafia che, di fatto, hanno controllato ed indirizzato le scelte operative della banca".

Il dottor Lo Voi, nel corso delle conferenza stampa convocata per fornire i dettagli dell'operazione, ha inoltre aggiunto che "l'amministrazione della banca 'Senatore Pietro Grammatico' ha ignorato nel recente passato alcune direttive della Banca d'Italia, relative in particolare agli obblighi previsti dalla normativa anti-riciclaggio".

Ciò sarebbe accaduto in due circostanze tra il 2010 ed il 2013.

Al servizio di Cosa Nostra

Su 1.660 soci della Bcc di Paceco, ben 357 hanno precedenti penali e, tra questi, 11 sono in odore di mafia. Il nome dell'istituto di credito era saltato fuori in occasione di indagini su alcuni presunti prestanome del boss latitante, Matteo Messina Denaro. Soggetti che avrebbero avuto accesso al credito senza alcuna palese garanzia, come l'imprenditore agricolo Filippo Coppola al quale sarebbero stati concessi prestiti per complessivi 500 mila euro. Soprannominato "'u prufissuri" per il suo passato da insegnante, Coppola è stato condannato per associazione mafiosa nel 2002. Figlio di Gino Coppola, storico componente della famiglia di Paceco, in base alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia avrebbe anche offerto la sua casa per un incontro tra Matteo Messina Denaro e Giovanni Brusca.

L'altro figlio, Rocco Coppola, è stato funzionario della Bcc e, successivamente, direttore della filiale di Trapani. E proprio da una consulenza tecnica, effettuata nel contesto di una misura di prevenzione a carico di Filippo Coppola, è partita l'indagine che ha portato al sequestro della banca. Tra le altre operazioni scoperte dai finanzieri figurano anche un prelievo in contanti per la cifra di 120 mila euro, eseguito dalla cognata del collaboratore di giustizia Francesco Milazzo, ed un'atipica transazione concessa a Pietro Leo, condannato per reati connessi alla mafia, che nel 2013 saldò un debito con la banca versando 135 mila euro. Questo, pur avendo acceso un mutuo di 237 mila euro. Pietro Leo è il padre dell'attuale responsabile dell'area clienti della sede di Paceco.

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