Decine di giornalisti si sono riuniti stamattina, di fronte al piazzale del ministero dell’interno di Città del messico, per protestare contro l’agguato mortale a Javier Valdez. Mentre un centinaio di persone - tra cui i familiari e gli amici del cronista - si sono riuniti ieri a Culiacan per dargli l’ultimo saluto e per protestare contro l’ennesima morte di un addetto alla stampa. Il famoso giornalista messicano aveva appena cinquant'anni e si era sempre battuto contro la droga e i narcotrafficanti. Aveva vinto, nel 2011, il Premio Internazionale per la libertà di stampa. Questi bagni di sangue vedono coinvolti non solo i giornalisti, ma anche gli attivisti che si oppongono all’impero dei narcotrafficanti.

È di pochi giorni fa l’assassinio di Miriam Rodriguez, l’attivista uccisa per aver tentato di far luce sulle migliaia di desaparecidos messicani, fatti sparire nelle fosse comuni create dai narcos. I familiari del noto giornalista hanno deciso di cremare la salma e di deporla nel cimitero di Culiacan.

Una vera e propria strage di cronisti

In Messico è molto facile morire. Soprattutto per chi cerca di far emergere la verità sul più redditizio e mortale mercato messicano: quella della droga. Javier Valdez è stato ucciso in un agguato teso dai narcos. Una raffica di colpi di pistola hanno colpito la sua auto a Culiacan, nello Stato di Sinaloa. La protesta dei colleghi, nel piazzale antistante il ministero dell’interno è una critica contro il governo, accusato di non fare abbastanza per scoprire i colpevoli e assicurarli alla giustizia.

“È un’impunità che invita a continuare il massacro dei giornalisti - hanno urlato i colleghi di Valdez - non che noi siamo persone speciali, ma la gente non vuole né vedere né sentire”. In 17 anni sono oltre 2000 i giornalisti uccisi e già 5 dall’inizio dell’anno, affermano alcune fonti. Mentre secondo Articulo 19, sono 105 i giornalisti uccisi e 23 quelli scomparsi in Messico dal 2000.

Il 99,7% dei casi è rimasto irrisolto.

La protesta dei giornali e di Amnesty International

Valdez aveva raggiunto una grande notorietà in Messico per i suoi articoli contro il narcotraffico. Un giornalista molto stimato anche dai suoi colleghi, come dimostrano tutte le prime pagine dei giornali messicani di ieri. Il cronista, che collaborava da oltre 10 anni con l’agenzia France Press, scriveva anche per il settimanale Riodoce, il quale ieri ha scritto: “Per quanto tempo ancora ci saranno omicidi impuniti e senza pietà?”.

Mentre ne La Jornada – il giornale nazionale in cui Valdez aveva lavorato come corrispondente da Sinaloa – l’editoriale titolava: “Impunità assassina”. Il direttore latinoamericano di RsF, Emmanuel Colombie, ha detto che i cronisti messicani vivono in un continuo stato di emergenza e lo dimostra la violenza di cui sono continuo oggetto. Colombie si è spinto oltre, affermando che il governo deve svegliarsi e iniziare a proteggere al più presto gli operatori dei media. Amnesty International ha chiesto al governo di avviare indagini imparziali e di porre fine ad un massacro, di cui finora non sono stati perseguiti i responsabili.

Le promesse del governo

Sotto la spinta delle crescenti polemiche a impegnare il governo è direttamente il presidente messicano Enrique Peña Nieto.

Il Capo dello Stato ha promesso di aprire un’inchiesta per far chiarezza su questo odioso crimine e si impegnato a difendere ad oltranza la libertà di stampa in quanto “pilastro della nostra democrazia”. L’impegno di Nieto è stato particolarmente apprezzato, in quanto, come spiega l’ong Articulo 19, è la prima volta che il presidente messicano reagisce pubblicamente al bagno di sangue dei giornalisti. L’omicidio di Valdez ha sollevato reazioni così decise da parte di tutte le organizzazioni che tutelano i diritti umani, che Nieto non poteva non prendere posizione di fronte alle accuse di inerzia, collusione e corruzione che sono state lanciate contro le autorità.

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