Come mai in Italia le opere pubbliche risultano talvolta così difficili da realizzare? Una delle risposte a questa spinosa domanda, che riguarda tutte le fasi dei lavori, ce la fornisce la storia di un notissimo imprenditore di origini siciliane, ma trasferitosi da tempo nella capitale, il quale aveva fatto della truffa ai danni del settore degli appalti pubblici italiani una della sue specializzazioni, soprattutto tra il 2003 e il 2013. Finito in carcere il 10 marzo del 2015, in seguito a due distinte misure cautelari, Pietro Tindaro Mollica è tutt’ora ospite di Regina Coeli.

Oggi è avvenuta la confisca dei suoi beni personali, eseguita dai militari del Comando Provinciale della guardia di finanza di Roma, il cui valore si aggira sui 170 milioni di euro.

Un patrimonio immenso realizzato attraverso la frode

Aveva investito i considerevoli ricavi, derivanti dalle sue attività criminali ai danni dello Stato, in beni immobili e mobili, ma anche in partecipazioni in numerose società per un valore stimato intorno ai 170 milioni di euro. Dopo oltre due anni di complesse indagini, avviate nel febbraio del 2015 dal Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata (G.I.C.O.) del Nucleo di Polizia Tributaria, il tribunale capitolino ha oggi emesso l’ordine di confisca dei beni di Pietro Tindaro Mollica: il patrimonio aziendale di dieci società con sede a Roma e tutti i beni ad esse pertinenti; le quote relative a 4 società, 2 con sede nella capitale, una a Venezia e una nella provincia messinese; 11 fabbricati e 29 terreni situati tra Roma, Varese e Messina; 11 beni mobili tra automobili e motoveicoli; diversi conti bancari e postali, azioni e polizze assicurative.

L’inchiesta della polizia giudiziaria

Il conosciutissimo imprenditore romano, di origini siciliane, era molto attivo in tutto il territorio nazionale ed era a capo di un’organizzazione criminale gerarchicamente organizzata. Attraverso delle società, formalmente amministrate dai dei prestanome, negli ultimi 20 anni Mollica era riuscito ad aggiudicarsi un numero considerevole di commesse pubbliche in diverse parti della penisola.

Ad attirare l’attenzione dei finanzieri è stato soprattutto il crack del consorzio romano Aedars Scarl, la cui sentenza di fallimento era stata dichiarata dal Tribunale capitolino il 12 maggio del 2015. Le ricostruzioni degli inquirenti hanno permesso di appurare che, durante il decennio 2003-2013, il consorzio era riuscito ad aggiudicarsi diversi e importanti appalti pubblici tra cui quelli indetti dal Commissario Straordinario per il rischio idrogeologico della Regione Calabria; dalla società romana Adr-Aeroporti spa; dall’Anas siciliana; diverse gare d’appalto della Regione Sardegna, delle province di Reggio Calabria e Siracusa a cui vanno aggiunte quelle dei comuni di Sessa Aurunca (CE), Rosarno (RC) e Ciampino (RM).

Il valore complessivo delle commesse, si aggirava intorno ai 120 milioni di euro.

La Variante Inattesa

Denominata dalla polizia “Variante Inattesa”, l’operazione ha permesso di ricostruire i rapporti che Pietro Mollica aveva stretto con diversi personaggi appartenenti a gruppi malavitosi, anche affiliati a cosche mafiose, tra cui spiccano uno dei soci fondatori del consorzio Aedars, il 52enne Francesco Scirocco, legato al clan messinese dei Barcellonesi, e Vincenzo D’Oriano, di 52 anni, amministratore di una consorziata dell’Aedars, già conosciuto dalle forze dell’ordini per reati mafiosi e ritenuto affiliato al clan della camorra Cesarano.

Attraverso il Consorzio Stabile Aedars Pietro Mollica ha gestito un imponente attività di finanziamento illecito: nascondendosi dietro prestanome e amministratori formali è riuscito a contrattare con la Pubblica Amministrazione e accedere ai finanziamenti pubblici, nonostante fosse già stato condannato per reati finanziari. È finito in carcere per reati quali delitto di falso, bancarotta, truffa, ricorso abusivo al credito e fatturazione per operazioni inesistenti.

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