Dopo il lancio dell'Icbm, potrebbe essere il turno dell'ennesimo test nucleare. Il sesto, per la precisione, che seguirebbe l'ultimo lancio del missile balistico intercontinentale. Lo annuncia il ministro della Difesa della Corea del Sud, affermando che probabilmente Kim Jong un darà l'ordine di condurre nei seguenti giorni "nuovi test nucleari e missilistici sempre più potenti": situazione che potrebbe, ora, portare davvero al conflitto nucleare con Washington, ormai inevitabilmente costretta ad intervenire se tale ipotesi si avverasse.

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Pyongyang: test nucleare in qualsiasi momento

Anche secondo l'Intelligence americana la minaccia è palpabile. Il ministro della Difesa Song Young-moon, ha detto che ancora non è possibile stabilire se la Corea del Nord possegga veramente i mezzi per far male a Washington; ma la paura che possa finalmente arrivare nel territorio americano, sembra aver allertato il Pentagono, che ormai monitora ogni movimento sospetto di Pyongyang, pronta a prendere le contromisure necessarie.

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La certezza che la nordcorea sia finalmente riuscita a ridurre le testare nucleari così da poterle utilizzare sui suoi missili balistici, ancora non c'è, anche se l'ultimo test ha confermato che ora Pyongyang possiede la tecnologia adeguata per montare una testata e colpire un obiettivo preciso. Gli ultimi test hanno inoltre messo a punto una nuova tecnologia di "rientro atmosferico": vale a dire una tecnologia che consente al missile, una volta lanciato, di sopportare l'enorme calore e la pressione quando rientra nell'atmosfera dallo spazio.

Corea del Sud 'pronta a rispondere'

Dopo l'ultimo test missilistico la reazione della Corea del Sud è stata immediata. Il presidente Moon Jae-in, ha chiesto l'utilizzo di tutta la potenza Thaad, chiedendo di usare tutti i lanciatori missilistici rimasti. Inoltre si sta valutando anche la costruzione di nuovi sottomarini lanciamissili nucleari da inviare in caso di un imminente peggioramento della situazione.

Vi sono anche richieste nei riguardi di Washington sullo sviluppo da parte della nordcorea di nuovi missili più potenti, con l'obbiettivo di contrastare un eventuale attacco della Corea del Nord.

Di risposta, Pyongyang ha subito stigmatizzato l'atteggiamento della sudcorea, ritenendolo "irrispettoso nei confronti di una futura unificazione". L'iniziativa di rimuovere il deterrente nucleare a Pyongyang, è infatti vista da Kim Jong un come l'ennesimo pretesto per scatenare un attacco preventivo e fa il gioco degli USA, che puntano alla "unificazione dei sistemi sociali" e al dominio capitalista nei confronti dei popoli più deboli.

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La 'delusione' Pechino

Per quanto riguarda i rapporti del presidente Donald Trump con Pechino, le cose non vanno affatto meglio. Infatti la Cina non ha svolto il ruolo che si aspettava il presidente Usa, convincendo la Corea del Nord a cessare la corsa agli armamenti nucleari, né tantomeno ha cercato di ridurre i rapporti come auspicato dagli Usa: anzi, recenti sondaggi confermano che gli scambi tra Pyongyang e Pechino sarebbero addirittura aumentati.

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Pertanto, finché la situazione non degenera, Pechino continuerà a negoziare con la Corea del Nord, che rappresenta un introito consistente per la Cina. I rapporti economici tra le due potenze sono infatti sempre molto attivi: basta pensare che circa il 70% dell'export di Pyongyang va in Cina, la quale fornirebbe alla nordcorea 70mila tonnellate di prodotti petroliferi l'anno.

Le colpe della Russia

Per finire, i rapporti ridotti al "gelo diplomatico" con tra Mosca e Washington. La Casa Bianca ha accusato più di una volta la Russia di essere la diretta responsabile dell'escalation in Corea del Nord, poiché rientra nei "principali collaboratori del programma nucleare e missilistico nordcoreano". Le accuse alla Russia sono state rivolte dal segretario di Stato Rex Tillerson, che ha fatto leva sulle colpe di Russia e Cina per la crescente minaccia nordcoreana. Rapporti tesi con Mosca anche per le imminenti sanzioni che hanno reso invalicabile il confine diplomatico che separava gli Usa da Mosca, e che era previsto nel programma elettorale del presidente Donald Trump. Ora il gelo nei rapporti riporta le due nazioni in un clima di guerra fredda che sembrava dimenticato, e la cacciata di Putin dei 755 diplomatici Usa è solo la punta dell'iceberg. Putin, del resto si aspettava che Trump avesse voce in capitolo e spezzasse una lancia in favore del Cremlino, ma così non è stato. Il cerchio, dunque, si stringe intorno al presidente Usa, mentre i sottili equilibri tra le nazioni coinvolte si incrinano sempre di più. In tutto ciò, l'unico che non sembra vacillare affatto è il leader nordcoreano Kim Jong-Un.

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