"Vecchia piccola borghesia... per piccina che tu sia... non so dire se fai più rabbia... pena, schifo o malinconia... ". Lo vogliamo ricordare così, con uno degli inni della protesta giovanile degli anni '70, quella più rabbiosa, radicale ed incupita. Un'etichetta che Claudio Lolli si è certamente portato addosso per lunghi anni della sua carriera. In realtà la sua opera discografica è andata anche oltre i tempi [VIDEO] e non è strettamente legata a quel periodo storico. Ieri, 17 agosto, il cantautore si è spento nella sua Bologna, all'età di 68 anni, dopo una grave malattia [VIDEO].

Il legame a doppio filo con Francesco Guccini

Claudio era un esponente di quel cantautorato senza padroni e senza compromessi, molto florido nell'Italia degli anni '70.

Agli inizi della sua carriera era solito esibirsi nella storica Osteria delle Dame di Bologna, prima dei concerti di Francesco Guccini. E proprio a quest'ultimo, artista e portavoce di quella Via Emilia che tanto ha dato alla musica italiana, Claudio Lolli era legato a doppio filo. Fu Guccini a portarlo alla Emi nei primi anni '70, in un'epoca in cui la nota casa discografica aveva deciso di investire nei versi frutto dell'insoddisfazione più profonda del Paese del post '68. Proprio da questa Musa ispiratrice nasce 'Aspettando Godot', il primo album del cantautore bolognese datato 1972 che contiene, oltre alla surreale ed amara ballata che dà il titolo all'intero lavoro discografico, anche la citata 'Borghesia', 'Il tempo dell'illusione' e 'Quello che mi resta'. Lolli si rivela artista vero, capace di mettere in musica la malinconia di una quotidianità insoddisfatta, un'impronta che lo caratterizza anche in lavori successivi come 'Un uomo in crisi' e 'Morire di leva', convinto inno antimilitarista.

Le radio ufficiali trasmettono ben altra musica, ma siamo nell'epoca delle radio libere ed è un momento di libera espressione culturale assolutamente irripetibile. I suoi brani diventano un must per la maggior parte di queste emittenti, immerse tra musica e dibattiti ideologici.

Il suo grande capolavoro

Gli anni passano, veloci ed inesorabili. Nel 1976 esce l'album più celebre di Lolli ed è anche quello di maggiore successo. In 'Ho visto anche degli zingari felici', l'artista emiliano affronta in maniera diretta e senza alcun approccio metaforico temi scottanti: dal terrorismo all'emarginazione sociale, alle lotte per l'emancipazione femminile e lo fa con una scelta musicale qualitativamente unica. Gli zingari di Lolli raccontano le ansie di un'intera generazione mossa da una rivoluzione imminente che resterà, al contrario, pura utopia. Il disco è riconosciuto ancora oggi come uno dei massimi capolavori della produzione discografica italiana di quel periodo. Eppure il successo dell'album gli porterà poca fortuna, Lolli lascerà la Emi nel 1977 scegliendo una casa discografica indipendente (Ultima spiaggia) e l'album successivo, riccamente elaborato di arrangiamenti sperimentali ed insoliti e vagamente infarcito di jazz, è un flop clamoroso.

'Disoccupate le strade dai sogni' è fin troppo poco commerciale anche per i classici ascoltatori di Lolli, in più la sua scarsa simpatia nei confronti della promozione ed una fama politicamente 'sospetta' in base alla quale veniva accostato all'ala più estremista delle sinistre extraparlamentari, lo portarono ad un esilio di oltre tre anni dal circuito musicale italiano.

La riscoperta da parte dei giovani nel Terzo Millennio

Lolli torna alla Emi nel 1980, anno in cui esce 'Extranei'. Seguiranno altri tre album tra gli anni '80 e '90, tutti poco fortunati. All'alba del nuovo millennio con 'Dalla parte del torto', uscito con l'etichetta 'Storie di note', il cantautore bolognese riscopre l'attenzione di una fetta più vasta del pubblico italiano ed i successivi 'La scoperta dell'America', 'Lovesongs' e l'ultimo, 'Il grande freddo' uscito lo scorso anno, lo faranno riscoprire anche dai più giovani. L'ultimo album, uscito con 'La Tempesta Dischi', gli fa vincere la Targa Tenco per il miglior lavoro discografico dell'anno. Un riconoscimento tardivo per un artista che viene frettolosamente definito 'di nicchia', ma la cui verve poetica, il cui talento e la capacità di elaborazione musicale sono state indiscutibili.