La corruzione nella sanità italiana sarebbe presente ancora oggi con modalità del tutto simili ai tempi di Tangentopoli: "Nulla è cambiato", infatti, secondo il procuratore di Parma Alfonso D'Avino. Questa dura affermazione arriva dopo la contestazione a 36 indagati di vari reati, tra cui quelli di corruzione, abuso d'ufficio e truffa aggravata, nell'ambito dell'inchiesta "conquibus".

Tra gli indagati spicca il nome di Franco Aversa, luminare di ematologia presso l'azienda ospedaliera di Parma ed esperto di trapianti a livello internazionale, noto soprattutto per gli studi sulle tecniche di trapianto di cellule staminali.

Franco Aversa, un luminare "senza scrupoli"

L'inchiesta, portata avanti tra il 2015 e il 2016 e scattata dalla denuncia di un medico, ha svelato un vero e proprio sistema clientelare facente capo al professor Aversa. Il luminare avrebbe organizzato convegni sponsorizzati da varie aziende farmaceutiche (al centro delle indagini ne sono finite sette) allo scopo di promuovere i loro medicinali.

Le società che si prestavano al gioco ne ricavavano dei vantaggi, con il dottor Aversa che avrebbe cercato di condizionare l'inserimento di determinati farmaci oncologici nel prontuario regionale per diffonderne l'utilizzo e accedere, così, ai finanziamenti del sistema sanitario nazionale.

Invece le ditte che rimanevano fuori dal sistema, spesso sarebbero state anche minacciate di ritorsioni ed escluse dai favori.

Un'altra figura-chiave del circolo di corruzione era un'imprenditrice perugina, Paola Gagliardini, la cui ditta si occupava dell'organizzazione materiale dei congressi: anche lei, da ieri, si trova agli arresti domiciliari. Franco Aversa è stato definito dai magistrati come un "personaggio che agiva senza scrupoli".

Gli altri filoni dell'inchiesta

Oltre al filone principale - che ha portato anche al sequestro di 335.000 euro - ve ne sono altri due che vedrebbero coinvolto il professor Aversa. Il primo riguarda l'organizzazione di concorsi truccati per far ottenere assegni di ricerca a candidati già scelti in precedenza, con tanto di creazione di bandi ritagliati su misura. Gli inquirenti, a tal proposito, hanno applicato misure cautelari interdittive anche a carico di Antonio Mutti, direttore del dipartimento di Medicina e Chirurgia dell'Università di Parma, il quale avrebbe collaborato con il luminare dei trapianti per il raggiungimento dei suoi scopi illeciti.

Su questa vicenda, il rettore dell'ateneo parmigiano, Paolo Andrei, si è detto "colpito e attonito".

L'altro filone d'inchiesta, invece, riguarda l'esercizio abusivo della professione da parte di Franco Aversa al di fuori della provincia di Parma, nonostante percepisse un'indennità esclusiva dall'ospedale della città ducale.

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