Coronavirus: il mondo non avrebbe dovuto saperne nulla. Il quotidiano La Stampa riporta oggi una notizia che probabilmente resterà nella storia: proverebbe che Pechino avrebbe tentato di nascondere l'infezione. Lo scorso 2 gennaio, dall’Istituto di Virologia di Wuhan, epicentro dell'epidemia, partì una mail che allertava la comunità scientifica cinese sulla malattia fino a quel momento pressoché sconosciuta, ma al contempo vietava di divulgare ai media e all'esterno notizie sulla stessa.

Nei giorni scorsi è emerso che Xi Jinping, il Presidente della Repubblica popolare cinese, era consapevole della gravità della situazione legata al coronavirus già dal 7 gennaio, due settimane prima delle sue comunicazioni ufficiali.

Questa nuova notizia spiegherebbe i ritardi nella gestione dell'emergenza. Intanto, l'ultimo bollettino ufficiale dà qualche speranza: per la prima volta, il numero delle persone guarite ha superato quello dei contagiati.

Coronavirus, la mail della censura

Lo scorso 2 gennaio l'istituto di Virologia di Wuhan ricevette ordini ben precisi da Pechino: non dovevano essere assolutamente diffuse notizie sul nuovo coronavirus, la polmonite scambiata inizialmente per Sars che causò il primo decesso il 9 gennaio proprio a Wuhan, dove tutto è cominciato. L'Istituto, ricevuta la direttiva governativa, a sua volta divulgò via mail l'ordine perentorio: il Comitato sanitario nazionale aveva richiesto esplicitamente che "tutti i dati sperimentali dei test, i risultati e le conclusioni relative al virus" non venissero pubblicati su social media né divulgati ai media, compresi quelli ufficiali.

Insomma, la comunità scientifica doveva dare la caccia al virus, ma contemporaneamente tenere la bocca cucita, come da disposizioni impartite dal Comitato centrale del partito comunista. Secondo quanto riporta La Stampa, la direttrice dell’Istituto, Wang Yan Yi, terminava la mail inviata ai vari dipartimenti di virologia e ricerca facendo gli auguri a tutti.

Auguri che vanno estesi al mondo, dal momento che a distanza di quasi due mesi dall'esplosione, il coronavirus ha un nome, Covid-19, ma non ancora una cura. L'epidemia ha causato 2129 decessi, in prevalenza a Wuhan e nella provincia dell'Hubei, e 75.725 contagiati. Ieri, per la prima volta, in Cina il numero dei guariti, 1824, ha superato quello dei nuovi contagiati, 1749.

Cornavirus, cosa accadeva in quei giorni

La mail con cui il Governo cinese tentò di nascondere l'epidemia da coronavirus fu diramata agli scienziati cinesi nei giorni in cui il medico specialista in oftalmologia Li Wenliang, oggi diventato eroe della patria, per primo con altri sette colleghi, su una piattaforma molto popolare in Cina, WeChat, aveva denunciato il diffondersi di una strana malattia polmonare probabilmente partita dal mercato degli animali selvatici di Wuhan. Nel suo reparto oftalmico in un ospedale della città, c'erano stati sette ricoveri di persone che avevano frequentato quel mercato, colpite dagli stessi sintomi: oltre alla febbre, disturbi agli occhi e congiuntivite. La storia di quel medico, poi contagiato e morto lo scorso 6 febbraio, oggi è nota al mondo.

Per le sue denunce era stato arrestato, interrogato, screditato, costretto dalla polizia ad ammettere di aver messo a repentaglio l'ordine sociale diffondendo informazioni false. Poi riabilitato, quando la fondatezza del suo allarme è emersa in maniera incontrovertibile. Ma solo il 20 gennaio la Cina ha dichiarato la diffusione del corovirus un’emergenza nazionale. Nei giorni scorsi, Quishi, bollettino del partito comunista, ha pubblicato un discorso di Xi Jinping che dimostra che aveva dato precise disposizione per gestire la crisi sanitaria già a partire dal 7 gennaio, due settimane prima che venisse confermata la trasmissione da uomo a uomo del virus. Un modo per mostrare l'operato di Li e giustificare l'epurazione di tanti funzionari del partito nella regione dell’Hubei.

Ma la diffusione di quel discorso rischia di essere un autogoal del regime: dal 7 al 20 gennaio il Governo cinese non avrebbe agito con la necessaria tempestività per fermare la diffusione del virus e ne avrebbe sottovalutato la pericolosità.

Coronavirus, il mistero su un farmaco

C'è poi un'altra storia 'anomala' riportata da La Stampa. Il 20 gennaio, un 35enne americano fa visita ai suoi familiari a Wuhan e viene contagiato dal coronavirus. Torna negli Usa, si ricovera in una clinica della contea di Snohomish nello Stato di Washington. Il 27 gennaio gli viene somministrato il 'Remdesivir', farmaco antivirale ancora in via di sperimentazione, nato per contrastare il virus dell’ebola. Il paziente migliora e il 30 gennaio i sintomi spariscono.

I risultati vengono pubblicati sul 'New England Journal of Medicine' il giorno successivo. Ma appare strana la tempistica: già il 21 gennaio, la Cina si interessa al Remdesivir. Lo stesso Istituto di virologia che ha inviato la mail il 2 gennaio, fa richiesta del brevetto per trattare i pazienti affetti dal nuovo coroanvirus. Richiesta pubblicata sul sito del medesimo istituto, solo il 4 febbraio.

Tra i tanti interrogativi che porta con sé l'emergenza sanitaria cinese gestita in maniera autoritaria, resta da capire come abbia fatto l'Istituto di virologia di Wuhan a prevedere che un farmaco ancora in fase sperimentale potesse forse debellare il Covid-19, e con largo anticipo sulla cronologia dei fatti.

In data 21 gennaio, ancora non erano state messe in quarantena intere città e milioni di persone.

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