L’ambasciatore cinese Du Wei era arrivato in Israele da soli tre mesi. Subito si era dovuto mettere in quarantena per due settimane, dovendo rispettare le prescrizioni adottate per fronteggiare il Coronavirus, prima ancora di essere ricevuto dal presidente della Repubblica Reuven Rivlin, per poter presentare le credenziali. Nelle scorse ore il diplomatico è stato trovato privo di vita dagli assistenti nel proprio letto nell’abitazione di Herzeliya, un quartiere residenziale situato qualche chilometro a nord di Tel Aviv, noto per le sue ville sul mare, tra cui quelle degli ambasciatori di tutto il mondo.

Immediatamente il personale ha chiamato i soccorsi: un’ambulanza del Maghen David Adom, la Croce rossa israeliana, è giunta sul posto, ma ormai non c’era più nulla da fare. Du Wei, 58 anni, lascia una moglie e un figlio, che avevano preferito rimanere in Cina e non seguirlo, quando era partito per il nuovo incarico.

Le indagini sul decesso dell’ambasciatore Du Wei

La polizia indaga su quanto accaduto, comprensibilmente nel massimo riserbo. Secondo le prime indiscrezioni trapelate, l’ambasciatore sembrerebbe morto nel sonno. Inoltre sul suo corpo non sarebbero stati riscontrati segni di violenza. Un portavoce delle forze dell’ordine israeliane, contattato da Repubblica, ha spiegato come si stiano ancora verificando tutte le ipotesi sul decesso, anche se al momento non sono emersi elementi che facciano pensare a una pista criminale dietro la tragedia.

La spiegazione più plausibile sembra essere quella di un attacco di cuore, sopraggiunto mentre Du Wei era a letto. In queste ore il ministero degli Esteri di Gerusalemme sta gestendo la delicata vicenda di concerto all'ambasciata cinese: al momento non è chiaro dove e quando sarà effettuata l’autopsia.

L’ambasciatore era stato coinvolto in una polemica con gli Stati Uniti

Du Wei, che precedentemente aveva ricoperto il ruolo di ambasciatore in Ucraina, era stato recentemente coinvolto in una polemica con le massime autorità degli Stati Uniti. Tutto era partito da alcune dichiarazioni rilasciate mercoledì scorso da Mike Pompeo, durante un suo viaggio lampo in Israele: il Segretario di Stato degli Usa, seguendo la linea del presidente Donald Trump, aveva accusato ancora una volta la Cina di non aver condiviso tutte le informazioni relative all'origine del Covid-19.

Inoltre aveva espresso preoccupazione e disappunto per i crescenti investimenti economici della potenza asiatica in Israele: dai grandi progetti infrastrutturali - come l’allargamento del porto di Haifa o la realizzazione di un gigantesco impianto per la desalinizzazione dell’acqua marina, proprio nei pressi di una base militare - alla cooperazione in campo tecnologico.

Parole che avevano avuto una vasta eco, tanto che un funzionario americano aveva dovuto successivamente spiegare al quotidiano Haaretz come Pompeo non volesse criticare le politiche commerciali di Gerusalemme, ma sottolineare i rischi della collaborazione con Paesi che si sono dimostrati poco trasparenti e che potrebbero utilizzare le relazioni internazionali per ottenere altro dai propri partner.

La risposta dell’ambasciatore Du Wei alle critiche americane

Dalla sede diplomatica cinese si erano levate le proteste per le parole di Pompeo. L’ambasciatore aveva spiegato al giornale conservatore Makon Rishon di essere interessato a rafforzare le relazioni con Israele, aggiungendo come durante l’epidemia di Covid-19 la Cina fosse via via diventata un capro espiatorio a livello internazionale: un atteggiamento sbagliato perché il modo migliore di combattere il virus è quello di agire insieme.

Solo due giorni dopo questo intervento è arrivata la notizia della morte di Du Wei, proprio poche ore prima dal giuramento del nuovo governo israeliano Netanyahu-Gantz. Nelle prossime settimane l’esecutivo dovrà affrontare la delicata questione dei malumori dello storico alleato americano verso le politiche economiche di Israele, sempre più intenzionato a guardare all’Asia piuttosto che all’Unione Europea.

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