Scritto da Francesca Cicculli e Silvia Pittoni

Editor: Angelo Paura (Blasting News) e Luca Rinaldi (Irpi Media)

Dopo decenni di inquinamento senza controllo e decine di processi, il 25 gennaio 2021 potrebbe esserci una nuova svolta nel caso Pfas, il disastro ambientale che ha messo e mette a rischio le vite di oltre 350.000 abitanti del Veneto, in un area dove è presente la seconda falda acquifera più estesa d’Europa, che rifornisce gli acquedotti di 21 comuni delle tre province e molti pozzi privati. Questa novità è rappresentata da una pista che collega gli Stati Uniti e l’Italia, passando per l’Europa. “Abbiamo le prove che i tecnici della Miteni avevano contatti diretti con la DuPont e che spesso si recavano negli Stati Uniti”, racconta in una intervista a Blasting Investigations l’avvocato Edoardo Bortolotto, il legale che al processo contro Miteni rappresenta alcune parti civili.

Per capire meglio la questione occorre spiegare cos’è Miteni e quali contatti ha avuto con gli Stati Uniti e DuPont, l’azienda che detiene il brevetto del Teflon. Miteni - che secondo le indagini della procura di Vicenza la principale responsabile dell’avvelenamento delle acque potabili in Veneto - era una azienda chimica vicentina, ora fallita, che per decenni ha inquinato la regione con gli scarichi della sua produzione agrochimica e farmaceutica. L’area coinvolta comprende tre province (Vicenza, Padova e Verona) e dal 2016 è diventata zona rossa perché contaminata da Pfas, sostanze chimiche tossiche sversate per anni nel terreno e nelle acque da alcune delle aziende del distretto della concia veneto.

La pista dell'americana DuPont

Lo stabilimento industriale è lì dal 1965, quando era ancora un centro di ricerca dell’azienda tessile Marzotto e il suo nome era RiMAr. Nel 1988, Mitsubishi ed Eni rilevano la società, cambiandole il nome in Miteni. Al momento del fallimento, nel 2018, l’azienda era di ICIG, gruppo tedesco di proprietà lussemburghese, che aveva acquistato la società nel 1996.

Per anni, Miteni ha avuto uno stretto legame con i produttori americani del Teflon, un rivestimento antiaderente brevettato nel 1951. Ma per produrlo utilizzava il PFOA, una delle sostanze perfluoroalchiliche che acquistava dalla multinazionale 3M con la raccomandazione, già dagli anni ’50, di non scaricarla nelle acque, perché tossica. Già dal primo utilizzo, quindi, DuPont ne conosceva la pericolosità per la salute umana.

Nonostante questo - come poi Miteni ha fatto in Italia nelle falde acquifere del Veneto - ha sversato Pfas nell’Ohio River, il fiume vicino al suo stabilimento di Parkersburg, in West Virginia. L’inquinamento è emerso dopo che nel 1999 Wilbur Tennant, un allevatore di bovini, denunciò che decine di suoi animali erano morti dopo aver bevuto l’acqua di un torrente che prendeva acqua dall’Ohio River. Negli anni successivi, l’avvocato Rob Billot, legale di Tennant, ha pubblicato i documenti che dimostravano le responsabilità di DuPont per la contaminazione dell’area. Dal 2001, grazie al lavoro di Billot, è iniziata una class action che ha condannato DuPont a risarcire 300 milioni di dollari alla cittadinanza e a pagare la bonifica del territorio, ma anche un’indagine epidemiologica che ha poi dimostrato il collegamento tra alcune malattie e l’esposizione agli Pfas.

I rapporti tra Miteni e DuPont riguardano anche un altro stabilimento: quello olandese di Dordrecht, che DuPont ha venduto a una sua azienda spin-off, Chemours, per non pagare risarcimenti e bonifica del territorio, ugualmente contaminato da Pfas. Un rapporto di Greenpeace ha infatti mostrato documenti che rivelano come Miteni abbia ricevuto da Dordrecht, almeno 100 tonnellate l’anno, di rifiuti contenenti GenX, finiti poi nel suolo e nelle acque venete, tra il 2014 e il 2017. Dal rapporto si legge che l’azienda vicentina riceveva rifiuti chimici, da cui estraeva GenX, per poi rimandare i restanti rifiuti “ripuliti” al cliente olandese. Il tutto avveniva grazie a un’autorizzazione del 2013 della Regione Veneto che era già guidata dall’attuale governatore, il leghista Luca Zaia.

L’inquinamento da Pfas si estende quindi in tutta Europa e anche negli Stati Uniti, favorito dall’azione criminale di grandi aziende chimiche che conoscono la tossicità di queste sostanze ma continuano ugualmente a sversarle nei fiumi e nei terreni vicino agli stabilimenti. A questo si aggiunge la difficoltà nel trovare questo tipo di contaminazione, perché gli Pfas non sono individuabili dalle normali analisi di laboratorio sul suolo e sulle acque. Il rischio è per questo molto alto: avere un inquinamento incontrollato in tutta Europa.

L’avvocato delle parti civili: lavoratori come i canarini nelle miniere di carbone

“Vi è poi la questione dei lavoratori, che a me sta particolarmente a cuore - continua in una intervista a Blasting Investigations l’avvocato Edoardo Bortolotto -, perché chiaramente io dico sempre che i lavoratori sono come i canarini nella gabbia delle vecchie miniere di carbone che segnalavano la presenza dei gas nelle gallerie, ecco loro sono i più contaminati e sono vittime due volte, prima perché hanno perso il lavoro con cui mantenevano se stessi e le loro famiglie e dall'altra sono anche quelli che hanno i livelli di contaminazione più alti, molti di loro tra l'altro hanno malattie riconducibili all’esposizione da Pfas”.

Bortolotto chiede che inizi un processo che faccia luce sulle malattie dei lavoratori. “In tutti questi anni non aver fatto nulla per controllare ed esaminare la salute lavoratori per me è una cosa inaccettabile, una cosa di una gravità inaudita”, conclude l’avvocato.

La storia dello scandalo in Veneto

L’inquinamento causato da Miteni è emerso solo nel 2013, dopo che una ricerca sui principali fiumi italiani del Consiglio Nazionale delle Ricerche e del Ministero dell’Ambiente ha rilevato grandi quantità di Pfas nel Po. Il danno stimato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dall’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (ISPRA) è di 136 milioni di euro, con i terreni vicini all’azienda che andrebbero bonificati sia dagli Pfas sia da altri composti chimici altamente cancerogeni, come gli GenX e C6O4, sversati dalla stessa azienda dal 2012.

Nel 2014 è stato presentato un primo esposto alla Procura di Vicenza, archiviato subito dopo, perché nessuno, dalla magistratura alla Regione Veneto, conosceva gli effetti di queste sostanze sulla salute. Nel 2016, però, la Regione Veneto ha iniziato lo screening di massa sulla popolazione, per valutare gli effetti dell’esposizione agli Pfas, dal quale è emerso che il 65% dei cittadini controllati, e in particolare i giovani, avevano livelli altissimi di Pfas nel sangue, superiori ai limiti fissati autonomamente dalla Regione. Nei due anni successivi la magistratura ha conferito incarichi di consulenza ed effettuato indagini autonome che si sono concluse a inizio 2019 con la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati.

A giugno 2020 si è arrivati alle udienze preliminari del processo che vede imputati tutti i dirigenti di Miteni, alcuni rappresentanti di Mitsubishi e dell’ICIG.

Sono tre i filoni di indagine: i manager sono accusati di disastro innominato e di avvelenamento delle acque con Pfas, fino al 2014, e per l’inquinamento da GenX, dal 2012 al 2018. Gli GenX sono composti chimici appartenenti alla famiglia degli Pfas, ma a catena corta, quindi con quattro o sei atomi di carbonio invece che 8. La loro tossicità è paragonabile a quella degli Pfas a catena lunga, si bioaccumulano nel sangue, ma hanno tempi di smaltimento inferiori. L’ultima accusa per i dirigenti d’azienda è di bancarotta fraudolenta: l’azienda avrebbe aggravato il dissesto finanziario omettendo la contabilizzazione degli oneri ambientali relativi alla bonifica.

Cosa sono gli Pfas

La sigla Pfas sta per sostanze perfluoroalchiliche, oltre 4.000 composti chimici non presenti in natura e utilizzati principalmente in campo industriale.

Per la loro capacità di respingere acqua e grasso sono sfruttati nella filiera della concia delle pelli, nella produzione di carta e cartoni per uso alimentare, per rivestire pentole antiaderenti e per la produzione di abbigliamento tecnico e giacche impermeabili, ma anche per le schiume antincendio. Sono sostanze indistruttibili perché resistenti ai principali processi di degradazione. Per questo motivo vengono utilizzate anche nell’industria medica per produrre, ad esempio, i cateteri, ma anche per i dispositivi di protezione individuale, come le mascherine utilizzate contro il coronavirus. Gli Pfas sono sostanze mobili: si spostano con velocità anche in zone molto estese. Un’ampia letteratura scientifica ha dimostrato che si accumulano nel sangue umano e occorrono almeno dieci anni per smaltirle.

Nel frattempo, però, le persone possono sviluppare malattie cardiovascolari, tiroidee, ma anche tumori, ipertensione e ipercolesterolemia.

In Veneto, per limitare i danni, sono stati installati filtri ai carboni attivi per far arrivare acqua potabile nelle abitazioni private, e si sta procedendo a costruire nuovi acquedotti: già dalla fine del 2021 alcuni cittadini della zona contaminata potranno bere acqua pulita.

La battaglia dei comitati e della Mamme NoPfas

Questi sono solo alcuni dei risultati raggiunti da una decina di comitati che si sono costituiti per far chiarezza sul caso Pfas. Primo fra tutti c’è quello delle Mamme NoPfas, che negli ultimi anni è riuscito a portare il problema davanti alle istituzioni italiane per avere giustizia, capire quali sono i rischi e chi sono i colpevoli.

Le madri raccontano che molti capirono la gravità della situazione solo dopo i risultati dello screening regionale del 2016. “Mia figlia ha un valore di Pfas nel sangue undici volte superiore alla norma”, racconta a Blasting Investigations Michela, una delle Mamme NoPfas, che in poco tempo è stata contattata da altre mamme e amiche, preoccupate dei valori troppo elevati dei propri figli. Da queste analisi le mamme hanno capito che per avere giustizia dovevano unirsi. È anche grazie a loro, infatti, se è iniziato il processo. Quello che chiedono, insieme agli ex lavoratori di Miteni e a tutte le parti civili coinvolte, è l'individuazione dei responsabili della contaminazione e la bonifica di acque e terreni, ancora non avviata, che per loro dev’essere a carico dell’azienda.

Le indagini della Procura di Vicenza hanno accertato infatti che i dirigenti sapevano ma hanno nascosto l’entità e la gravità dell’inquinamento. “Un ritardo che ha determinato l’aggravarsi e l’estendersi a una platea molto vasta della contaminazione del sangue e delle acque”, sostiene in una intervista a Blasting Investigations l’avvocato Edoardo Bortolotto, il legale che al processo contro Miteni rappresenta alcune parti civili.

Le Mamme NoPfas, insieme ad altri comitati tra cui Pfas Land, Acqua Bene Comune Vicenza, Comitato vicentino No Ecomafie, Comitato Zero Pfas Padova, chiedono anche che vengano fissati dei limiti nazionali alla produzione di queste sostanze, in modo che non si ripetano casi come quello veneto. La Regione Veneto ha già definito dei limiti - meno di 90 ng/l per la somma di PFOA e PFOS, i composti più pericolosi (con un limite massimo di 30 ng/l per il solo PFOS) e meno di 300 ng/l per la somma di tutti gli altri Pfas - e anche a livello europeo si è arrivati a un accordo preliminare che prevede limiti Pfas a 0,1 microgrammi al litro, in tutta Europa.

L’ultima ricerca dell’Arpa Veneto del 2019 ha rilevato una quantità di Pfas nelle acque della regione pari a 1595 ng/l, 0,6 volte superiore al limite europeo. “Vogliamo che questo processo sia uno spartiacque tra un’Italia vecchia, quella dei disastri ambientali e di una mancata sensibilità su questi temi, e un’Italia nuova dove questo non succeda mai più”, continua Bortolotto.

Processo Pfas, nuove speranze

Ora, il 25 gennaio riprenderà il processo: l’obiettivo della procura di Vicenza è di arrivare a un unico maxi processo che riunisca tutti e tre i filoni. Sarebbe il primo maxi processo italiano per inquinamento ambientale, cosa che renderebbe una eventuale sentenza contro Miteni storica.

Intanto anche la Commissione Europea sta cercando di regolare la produzione e l’utilizzo dell’intera famiglia di Pfas, tramite il regolamento REACH: nato nel 2006 prevede che tutte le sostanze chimiche siano analizzate, regolate e messe al bando se necessario.

Proprio sugli Pfas l’attenzione a livello Europeo è molto elevata, come spiega a Blasting Investigations Valentina Bertato, della Direzione Generale per l’Ambiente della Commissione Europea: “Vorremmo imporre l’utilizzo di Pfas solo in settori dove sono necessari, come quello medico dove non sono ancora sostituibili, e nel frattempo studiare composti alternativi che portino a eliminarli completamente”.

Leggi qui l'inchiesta del mese di novembre:

L’influenza dei gruppi ultracattolici sulla Corte europea per i diritti dell’uomo

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