Il 16 luglio 2026, a quasi otto anni dalla tragica caduta del viadotto che costò la vita a quarantatré persone, il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, ha commentato la sentenza relativa al processo per la tragedia del Ponte Morandi. Bucci ha definito la decisione giudiziaria un «passaggio importante nel percorso di verità e giustizia», pur ribadendo che «nessuna decisione potrà restituire le quarantatré vite spezzate il 14 agosto 2018 né colmare il dolore delle loro famiglie», alle quali ha rinnovato la sua più sincera vicinanza. Ha inoltre ricordato il suo ruolo di sindaco di Genova e commissario per la ricostruzione del nuovo ponte, sottolineando come «il ricordo di quelle vittime è sempre vivo e continuerà a guidare il nostro impegno».
Le condanne per il crollo e l'omicidio stradale
La sentenza di primo grado è stata letta dal giudice Paolo Lepri presso il tribunale di Genova, concludendo un lungo procedimento che ha visto cinquantasette imputati. Tra i principali accusati, l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (Aspi), Giovanni Castellucci, è stato condannato a dodici anni di reclusione, a fronte dei diciotto anni richiesti dalla procura. Castellucci non era presente in aula né collegato dal carcere dove è già detenuto per un’altra vicenda giudiziaria. Condanne sono state emesse anche per numerosi altri dirigenti di Aspi, Spea (società di ingegneria del gruppo Autostrade), del Ministero delle Infrastrutture e di Anas.
In particolare, Michele Donferri Mitelli è stato condannato a undici anni. Tra gli altri manager di Aspi e Spea condannati figurano Paolo Berti, Antonino Galatà e Marco Vezil. Le motivazioni complete delle condanne e delle assoluzioni saranno depositate entro i prossimi sei mesi.
Le responsabilità contestate e le tesi difensive
Nel corso dei quattro anni di processo e dei precedenti quattro di indagini, la Procura ha cercato di evidenziare un modus operandi contestato ad Aspi e Spea, caratterizzato da controlli inadeguati o addirittura inesistenti in punti cruciali del viadotto, una manutenzione pressoché assente e strutture gravemente ammalorate. Questo, mentre i ricavi della concessionaria continuavano a crescere.
La tesi accusatoria ha quindi collegato la politica aziendale alla corrosione progressiva all’interno degli stralli del ponte, culminata nello strappo della pila 9 il 14 agosto 2018. Le difese, al contrario, hanno puntato sull’esistenza di un vizio di costruzione proprio nello strallo della pila 9 che ha ceduto, un «vuoto» dove la corrosione avrebbe potuto avanzare indisturbata. Questo difetto è stato evidenziato anche nelle perizie terze disposte dai giudici. Mentre per l’accusa e per gli stessi periti tale vizio non esonerava dalla responsabilità i manager e i tecnici di Aspi e Spea, che con controlli adeguati avrebbero potuto rilevare la «malattia» del ponte, per le difese il difetto era così nascosto e insondabile da rendere impossibile conoscerne l’effettiva condizione.
L'impegno per la sicurezza delle infrastrutture
In aula bunker erano presenti numerosi parenti delle quarantatré vittime, tra cui Egle Possetti, portavoce del Comitato dei famigliari, che in mattinata aveva espresso l’attesa per diverse condanne. Al piano superiore del palazzo di giustizia, dove era allestita la tensostruttura per le udienze, erano presenti anche postazioni per le altre parti civili. Poco prima delle 14 è giunta anche la sindaca Silvia Salis, con il Comune costituito parte civile, che ha stretto la mano ai famigliari delle vittime. Marco Bucci ha ribadito che la sentenza rappresenta un passaggio significativo nell’accertamento delle responsabilità e ha affermato che, «nel pieno rispetto dell’iter giudiziario, il nostro dovere resta quello di fare tutto il possibile affinché una tragedia come quella del Ponte Morandi non possa mai più ripetersi, continuando a investire nella sicurezza delle infrastrutture, nella manutenzione e nella prevenzione». Ha concluso che questo è il modo migliore per onorare la memoria delle quarantatré vittime.