Milano, 26 settembre 2026 — Stefano Binda, l'uomo assolto dall'accusa per l'efferato omicidio di Lidia Macchi, ha ottenuto un indennizzo per ingiusta detenzione. La sua legale, l'avvocata Patrizia Esposito, ha commentato la recente decisione della Corte d'Appello di Milano, esprimendo riserve significative riguardo a un aspetto cruciale. La vicenda riguarda la riparazione per il lungo periodo trascorso in carcere prima dell'assoluzione definitiva dall'accusa per il delitto della studentessa, tragicamente avvenuto il 5 gennaio 1987 nel Varesotto.

L'avvocata Esposito ha fermamente contestato un passaggio specifico dell'ordinanza che, a suo dire, attribuisce a Stefano Binda un profilo di colpa nella complessa vicenda processuale che lo ha visto protagonista. "Mi dispiace che per la seconda volta si è voluto attribuire a Stefano Binda un profilo di colpa che di certo non ha", ha dichiarato la legale, sottolineando con forza la posizione della difesa. Quest'ultima valuterà attentamente i prossimi passi legali da intraprendere in merito all'indennizzo, mentre la Procura generale mantiene il potere di decidere se considerare la questione definitivamente chiusa o meno.

La nuova decisione sull'indennizzo per ingiusta detenzione

L'ammontare dell'indennizzo riconosciuto a Stefano Binda è stato fissato a 210mila euro, una cifra che rappresenta il 70% dei 313mila euro inizialmente richiesti dalla difesa.

Questa somma ricalca quanto già stabilito in un precedente provvedimento del settembre 2024. Il nuovo atto giudiziario si inserisce nel lungo e travagliato iter per la riparazione dell'ingiusta detenzione, che ha visto Binda trascorrere anni in carcere, precisamente tra il 2016 e il 2019, prima della sua definitiva assoluzione da ogni accusa.

La questione dell'indennizzo ha già attraversato diverse e complesse fasi giudiziarie. L'attuale pronuncia della Corte d'Appello di Milano costituisce la terza decisione sul risarcimento, giunta dopo precedenti annullamenti da parte della Cassazione. Tale riconoscimento conferma il diritto di Binda a una riparazione da parte dello Stato per il periodo di detenzione ingiustamente subita prima della sua definitiva assoluzione, un principio fondamentale del nostro ordinamento.

Il profilo di colpa contestato dalla difesa di Stefano Binda

L'ordinanza in questione menziona una colpa lieve nella condotta processuale di Stefano Binda, ritenuta collegata all'errore che ha condotto alla sua carcerazione. Il documento fa specifico riferimento alle dichiarazioni rilasciate da Binda durante gli interrogatori, qualificate come "condotta mendace e fortemente equivoca". La difesa, tuttavia, respinge categoricamente tale impostazione e richiama con fermezza la posizione sempre sostenuta da Binda nel corso dell'intero procedimento: la sua totale estraneità al delitto. Questa tesi è stata costantemente rafforzata dall'alibi della vacanza in quei giorni, confermato da diversi testimoni che hanno deposto a suo favore.

Nonostante le contestazioni, l'avvocata Esposito ha comunque riconosciuto che l'ordinanza è "dettagliata" e ha evidenziato come il testo abbia esaminato attentamente tutte le doglianze sollevate in precedenza dalla Cassazione, dimostrando un'analisi approfondita della materia.