Uno tra i registi più osannati e criticati della storia del Cinema torna sulla scena con un nuovo film made in Usa. Woody Allen, dopo il suo viaggio europeo alla ricerca di ispirazione e location per le sue storie e i film di successo girati a Roma e Parigi, sembra essere ritornato in pianta stabile nella sua terra già da qualche produzione. Quello di Café Society è più che altro un viaggio nel tempo, negli anni Trenta che hanno i suoni del jazz e il ritmo del charleston.

La trama di Café Society

Siamo a New York. Bobby (Jesse Eisenberg) vive qui con la sua atipica famiglia ebrea, una madre su di giri e un padre dal rapporto con la religione un po' alternativo, e un fratello Ben, gangster dedito alla criminalità e ai night club.

Il giovane e goffo Bobby decide di cambiare vita e stato, andando a cercare fortuna nella sfavillante Hollywood: qui bussa alla porta del ricco zio materno che gestisce un'agenzia artistica e ama attorniarsi di lustrini e paillettes. Inizierà a lavorare per lui come fattorino e si innamorerà di Vonnie (Kristen Stewart), giovane e bella segreteria oltre che amante, a sua insaputa, dello zio. Quando Bobby scoprirà tutto sarà il momento delle scelte per entrambi. Lui, dal canto suo, col cuore infranto decide di lasciare il mondo di apparenza senza sostanza di Beverly Hills e di tornare nella sua New York. Qui aprirà un night club di successo, il Café Society, sposerà un'altra Veronica (Vonnie) e avrà una figlia. 

Ma il giro dell'amore non sembra essere ancora concluso e Los Angeles-New York non sono poi così distanti.

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Café Society, le reazioni

Il film, selezionato come pellicola d'apertura fuori concorso al Festival di Cannes 2016, è il primo lavoro girato in digitale da Woody Allen, con un budget di 30 milioni di dollari. 

Dopo "Irrational Man" dal sapore di arguto cinismo, il regista questa volta racconta una storia d'amore, sfortunata nel reale ma perenne nella mente, e lo fa mettendo al centro un eroe romantico d'altri tempi, forse goffo e perdente, ma in lui Allen riflette se stesso, la sua insicurezza cronica e i suoi problemi con le donne. Ma i veri protagonisti, come sempre nei suoi film, sono i dialoghi, arguti, costruiti su flussi di parole interminabili; quasi che i lavori del regista newyorchese potrebbero essere ascoltati soltanto per attribuirne la paternità.

Una scenografia rétro ricca di personaggi, quasi affollata, ma dalla resa comica come sempre garantita.