Ieri sera la trasmissione Di Martedì su la7, condotta da Giovanni Floris, ha avuto un ospite d’eccezione roberto saviano, che ha illustrato il suo nuovo libro, che tratta sempre dei problemi della sua terra, Napoli.

In precedenza Saviano era già stato intervistato da Fabio Fazio, su Rai3, dove aveva descritto il suo ritorno nei quartieri napoletani, tra la gente che lo detestava chiamandolo “l’infanapoli”, come pure la sua città e il calore di coloro che vogliono ribellarsi all’oppressione della Camorra.

Il suo libro tratta della nuova Camorra, dello spazio che hanno lasciato i vecchi Boss ricoperti ora dai giovanissimi, che per imporre il loro territorio fanno le così dette “stese”.

Cosa sono le “stese”?

Le stese non sono altro che gli spari tra la gente da parte dei giovanissimi Camorristi, dove appena le persone sentono gli spari si buttano tutti a terra. Lo scopo delle “stese” è quello di far capire a tutti e anche alle bande rivali chi comanda nei vari quartieri.

Cerchiamo di cogliere i punti salienti del monologo di Saviano a Di Martedì

“Guardate dietro di me, c’è l’immagine di un’edicola. Nel 1700, durante il regno di Re Ferdinando I, Napoli era una città buia poco illuminata, l’olio delle lampade costava troppo, e nel buio si commettevano furti, violenze sessuali, accoltellamenti.

Un predicatore domenicano, Padre Rocco, ebbe un’idea geniale: appese centinaia di immagini sacre, soprattutto immagini di San Gennaro, a tutti i muri dei vicoli, e sotto accese delle candele.

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Grazie a questo stratagemma Napoli iniziò ad essere illuminata, poiché nessuno spegneva le candele per paura dell’ira di San Gennaro.

Oggi di fianco a questa edicola non c’è più la statua di San Gennaro, ma un busto di creta con l’immagine di un ragazzo. Le maniglie di questa edicola portano le iniziali del ragazzo E.S. “Emanuele Sibillo". A 16 anni questo ragazzo era assegnato ad una comunità per scontare un piccolo reato.

Emanuele aveva iniziato a scrivere per il giornalino della comunità e scriveva anche bene, lui voleva diventare un giornalista e prima di uscire dalla comunità scrisse un articolo sulla Camorra, dove diceva che: “La Camorra è un sistema complesso dove comanda il più forte, i Camorristi sono dei veri e propri imprenditori”, poi affermava che per uscire da certi contesti bisognava essere bravi.

Emanuele una volta uscito dalla comunità ancora minorenne rientra nel mondo della criminalità, è stato ucciso il 2 luglio del 2015, aveva 19 anni ed era già latitante, ricercato per associazione a delinquere di stampo camorristico. I suoi rivali sono arrivati prima della giustizia, e l’hanno ucciso.

Questo ragazzo oggi è venerato come un Santo da una parte di Napoli e secondo le inchieste era il capo della paranza di Napoli."

Questi ragazzi hanno un solo credo, il credo del tutto e subito”.