È stato un viaggio lungo dieci puntate, quello di The Young Pope, in cui Paolo Sorrentino ci ha portato per mano dalla superficie dell’elezione di un Papa troppo giovane, alla profondità dei suoi pensieri e dei suoi demoni interiori, mentre di fianco sfilava la Chiesa cattolica e ogni nodo che la metteva in contatto con l’universo mondano che le scorre attorno.

Il discorso, partito dal rapporto fra Lenny e i suoi genitori, da quello fra la Chiesa e i suoi fedeli, si è allargato a tanti temi differenti e nemmeno sulle ultime due puntate Sorrentino si tira indietro: impegnato a chiudere i fili rimasti ancora aperti, non dimentica che ci sono ancora problemi fondamentali da sviscerare.

Come quello del caso Kurtwell a New York.

Alla fine dobbiamo trovare

Splende New York al tramonto ma non splendono gli sforzi del cardinale Gutierrez, drammaticamente ricaduto nei problemi di alcolismo e in una ricerca di prove contro Kurtwell, che sembrano sparire dietro lo schermo di omertà che anni di strapotere del cardinale sul Queens hanno imposto. È quasi tutto fuori dal Vaticano, questo episodio newyorkese che srotola davanti agli occhi dello spettatore il più composito e bizzarro sottobosco di umanità che affolla la grande metropoli.

È un’umanità piena di problemi, spezzata dalla vita, con cui il cardinale Gutierrez, per anni vissuto nella gabbia limitante ma protettiva del Vaticano, deve ricominciare a interagire in un impatto traumatico. Un’umanità che pure conserva la sua dignità tragica e consente a lui di reagire con rabbia, mentre trapela tutta nelle lettere d’amore di Lenny Belardo, uno scorcio di vita mai vissuta e di emozioni intensissime che nemmeno le peggiori intenzioni di Kurtwell possono insozzare.

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Uno scorcio che, come un raggio di sole attraverso le intercapedini di una persiana, sfiora tutto il mondo che ruota attorno a questo giovane Papa e conferisce alla narrazione dei toni languidi e melanconici, che traghettano la storia verso un finale che di prosaico ha ben poco.

Tornare alle radici

Il tempo è passato in The Young Pope, questa serie che ha poco dell’episodicità a cui ci hanno abituato le serie tv degli ultimi anni, e ha tanto dell’afflato espanso e coeso di quello che è davvero un unico, grande film diviso per capitoli.

E non lo si vede solo nei vestiti, nelle espressioni addolcite o nel passare delle stagioni. Lo si percepisce tutto negli atteggiamenti dei personaggi, nei loro rapporti umani, spesso stravolti completamente da ciò che hanno attraversato, e soprattutto nel percorso di crescita di Lenny Belardo: da ex-cardinale in cerca di guida a padre vero e proprio della sua comunità. È stato un grande romanzo di formazione, questo percorso surreale, poetico e trascendentale nella vita di Pio XIII, il Papa giovane.

Ogni evento, soprattutto le morti tragiche, lo hanno costretto a crescere, smettere i panni dell’adolescente che si nega e assumere le responsabilità di un adulto che finalmente maneggia il potere con consapevolezza.

La malinconia immensa di cui è intriso il finale è un risvolto inevitabile del percorso, in cui il giovane Lenny ha spremuto senza riserve tutto se stesso. Se The Young Pope ha così confermato l’estrema bravura di Jude Law, ha dimostrato anche come Paolo Sorrentino sappia narrare il reale con una potenza emotiva e una forza immaginifica che rendono la sua opera un gioiello fra le serie italiane, e non solo quelle degli ultimi anni.