Il genio indiscutibile di un artista come Andy Warhol è dimostrato dal fatto che dopo di lui l'arte non è stata più la stessa; protagonista indiscusso della scena internazionale artistica degli anni Sessanta e Settanta, Warhol operò quella radicale rivoluzione nella storia dell'arte contemporanea che segnò definitivamente la confluenza di arte e cultura di massa, ovvero di “cultura alta” e “cultura bassa”, annientando in pochi anni l'obsoleta idea che separava in maniera netta l'arte ufficiale dalla popular culture. Oggi si ricorda il trentesimo anniversario dalla sua morte, in un anno che celebra il grande artista con mostre e con l'annuncio di prossime produzioni cinematografiche a lui dedicate.

Warhol e i miti Pop

Dopo Warhol la produzione seriale di immagini, una volta ad appanaggio esclusivo dell'industria culturale, divenne criterio estetico recepito dalle gallerie d'arte, dal momento che l'intuizione rivoluzionaria dell'artista americano fu quella di sfruttare l'immaginario della cultura popolare, fatta di volti noti, icone riconosciute universalmente e simboli del consumismo postmoderno. Warhol divenne così il padre della Pop Art, un'arte che superò il cerebralismo dell'Espressionismo astratto americano e che decise di cavalcare il successo del “mitismo” tipico dello star system: nessuna critica rivolta al consumismo liberale, ma un'adozione cosciente dei neo-miti dell cinema hollywoodiano e della televisione, col fine di proporre un'arte “cinica” in grado di sfruttare le dinamiche della comunicazione globale.

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Se il dadaismo, ovvero l'avanguardia dei primi del Novecento al quale Warhol stesso si era ispirato, aveva come presupposto una critica radicale alla cultura ufficiale responsabile della catastrofe della Grande Guerra, nella Pop Art la denuncia e la polemica furono accantonate nella celebrazione dei miti Pop

Sono indicative da questo punto di vista le sue opere dedicate alla Coca cola o a Marilyn Monroe, icone della cultura pubblicitaria che la sua arte restituiva nella trasfigurazione estetica della sua opera: il raddoppiamento che l'arte offriva dell'immagine idolatrata dal sistema di comunicazione e dallo star system offriva l'opportunità di comprendere in maniera nuova tale immagine, perché farla diventare un'opera d'arte implicava direttamente un nuovo sguardo e una nuova comprensione.

Warhol artista narcisista

Per queste ragioni Warhol, nel corso della sua carriera, decise di superare il confine che tradizionalmente aveva sempre superato arte e realtà: la sua stessa esistenza fu segnata dalla celebrazione del personaggio, un'esistenza votata al trionfo mediatico, profondamente caratterizzata da una dimensione narcisistica.

Questo narcisismo è rappresentato dall'intenzione di far convergere l'interesse su se stesso in quanto artista: le sue produzioni assumevano un senso in relazione al suo Ego in quanto artista, in altre parole le sue serigrafie assunsero valore perché firmate da lui. Di qui, la stampa in serie delle sue serigrafie, realizzate in una catena di montaggio esattamente come le merci di consumo massivo.

Warhol era assai meno ingenuo di molti suoi colleghi: se l'artista aveva sempre ripudiato il mercato, per poi vedere contro la sua volontà le proprie opere assimilate gradualmente dalla logica fagocitante dello stesso mercato, Warhol ripudiò sempre tale ambizione, e iscrisse la sua opera e la sua esistenza da subito nel circuito mercantile, rinnegando una specificità e consegnandosi volontariamente e immediatamente al valore di scambio economico.