Umberto Eco un anno fa lasciò tutti senza parole, andandosene in silenzio e con la discrezione tipica delle sue origini piemontesi, a causa di un male incurabile contro cui lottava da tempo.

Lo studioso, l'intellettuale, il genio italiano più amato nel mondo, che era solito stupire con articoli taglienti, molto dibattuti - ricordiamo, per citarne uno, quando scrisse della legittimazione dello 'scemo del villaggio' tramite il web - ma profondamente veri, si spense senza che alcuna indiscrezione fosse trapelata, lasciando i suoi lettori e noi suoi ex studenti addolorati e impreparati ad affrontare quel lutto.

Umberto Eco non era solo lo scrittore - ahimè in rete quanti lo hanno scritto, peraltro dandogli ragione sul fatto che moltissimi scrivono senza conoscere e comprendere! - de Il nome della rosa. Non era nemmeno solo il 'giornalista' dell'Espresso che scriveva articoli quindicinali - le famose bustine di Minerva - sulla società italiana contemporanea.

Umberto Eco era prima di tutto un professore universitario, amatissimo dai suoi studenti

Possedeva una cultura enciclopedica, da vero umanista rinascimentale.

Scriveva di estetica, filosofia, storia, italianistica e soprattutto semiotica, materia che applicava ai libri, ai quadri, alle sculture, alla musica. Ebbe riconoscimenti in tutto il mondo, tanto da raccogliere decine di lauree honoris causa.

Dai suoi scritti, sia nella produzione saggistica che nei testi universitari, si evince un amore profondo per l'Italia, per la sua storia, per i grandi letterati e per gli artisti straordinari che questo nostro Paese, bizzarro e a volte incomprensibile, ha prodotto in tanti secoli.

Le ultime opere prima della scomparsa sono state fondamentali come tutta la sua produzione. Un gran bel libro, divertentissimo e nel contempo straordinariamente preoccupante, come Numero zero e quegli articoli che facevano tanto clamore quando uscivano, fra i quali ricordiamo: la lettera al nipote sull'importanza della memoria e dello studio approfondito; internet e lo scemo dei villaggio (che va letto bene, perché non è un articolo classista come in tanti hanno capito, ma è solo la richiesta di verificare le fonti prima di pubblicare delle scemenze o bufale) e quello straordinario sull'esigenza di tornare ad usare i pronomi di cortesia, ergo il 'lei' nell'italiano parlato, come segno di rispetto verso gli altri, ma anche e soprattutto, verso se stessi.

Oggi come allora, il mio personale saluto, professore: Sit tibi terra levis, Magister.

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