C'è una locuzione latina, tradizionalmente attribuita a Tommaso d'Aquino, che recita così: "Timeo hominem unius Libri", ossia "Temo l'uomo di un solo libro". La citazione è più o meno interpretabile come una critica nei confronti di coloro che circoscrivono la propria conoscenza ad un'unica fonte o che dispongono di un'erudizione limitata. Queste parole sembrano riflettere, purtroppo, l'allarmante situazione italiana resa nota dall'Istat lo scorso 27 dicembre: solo il 40,5 per cento del campione analizzato ha dichiarato di aver letto almeno un libro nell'anno precedente, ossia l'1,5 per cento in meno rispetto al 2016.

In tale contesto, un invito alla lettura di qualità può esser fornito da una particolare categoria di autori, dall'indiscutibile portata storico-culturale, che per vicende legate alla loro esistenza o per deliberati intenti autoriali hanno dedicato al Romanzo (quell'unica forma d'arte che, secondo il fenomenologo Wolfgang Iser, non è possibile cogliere con un solo sguardo nella sua interezza) una sola prova all'interno della propria produzione.

Di seguito proporremo dei casi esemplari di questi "scrittori da un romanzo solo". Nel farlo, non seguiremo un ordine di tipo cronologico quanto, piuttosto, legato ad esigenze argomentative.

Elias Canetti - 'Auto da fé'

Elias Canetti nacque nel 1905 a Rustschuk, in Bulgaria, da una famiglia ebraica di lingua spagnola. Laureatosi a Vienna in chimica (ambito però mai praticato né frequentato con reale interesse), Canetti visse a lungo tra Londra e Zurigo, ove morì nel 1994.

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Libri

Autore dalla produzione assai varia, fu insignito nel 1981 del Premio Nobel per la Letteratura.

Il primo libro pubblicato da Canetti fu il suo unico romanzo. "Auto da fé", approssimativamente ambientato nella Vienna degli anni venti, racconta le vicende di Peter Kien, professore quarantenne di fama mondiale e specialista di sinologia. Il romanzo, a struttura tripartita (Testa senza Mondo, Mondo senza testa, Il mondo nella testa), descrive il maniacale isolamento ed il disprezzo di Kien per ogni forma di contatto umano e sociale.

Il microcosmo autoreferenziale del protagonista è costituito dal suo appartamento, trasformato nella solenne dimora dell'unica cosa che ama al mondo: i libri, molti dei quali rarissimi. Il mediocre consesso mondano, da Kien tanto detestato, trova la sua emblematica personificazione nella meschina governante Therese Krummholtz (presa in moglie dal sinologo per meri calcoli utilitaristici) e nel rozzo portiere Benedikt Pfaff.

L'arrivo da Parigi del fratello psichiatra Georg, non sarà sufficiente per salvare Peter dal conflitto con la propria esistenza: il rogo nel quale Kien si lascia bruciare assieme a tutti i suoi libri assume, nei toni di un'isterica risata, i tratti di un messaggio profetico durante l'avanzata della Germania nazista.

È lo stesso Canetti a fornirci, in un saggio intitotalato "Il mio primo libro: Auto da fé", gli sviluppi redazionali del suo unico romanzo.

Questo apparve per la prima volta a Vienna nel 1935 con il titolo "Die Blendung" ("Abbagliamento"), evoluzione dell'originario "Kant prende fuoco". Il protagonista, oggi noto come Kien, era nella forma di manoscritto indicato con la sigla B., abbreviazione di "Büchermensch" (uomo dei libri). Così infatti Canetti riusciva a raffigurarselo, come un uomo il cui legame coi libri era più importante della sua stessa vita. Si trattava di una figura-limite appartenente ad un ciclo più ampio, progettato da Canetti come una "Commedia umana dei folli": una serie di otto romanzi incentrate su figure assolutamente irripetibili. L'Uomo dei libri (nominato "Brand" in una fase successiva) assunse una tale importanza nella mente dell'autore da portarlo ad accantonare tutti gl'altri abbozzi e a concentrarsi con devozione nella stesura di quest'unico libro. Il cognome del protagonista cambiò nuovamente, stavolta in "Kant": l'omonimia col celebre filosofo favorì la variazione nel definitivo "Kien", in grado di far rifluire in sè la sua stessa infiammabilità ("kien" significa, infatti, legno resinoso di pino). Il romanzo potè suscitare da subito l'interesse di Thomas Mann.

Oscar Wilde - 'Il ritratto di Dorian Gray'

L'esteta, l'apostolo del bello, il virtuoso. Ma anche il senso, il peccato, lo scandalo: tutto questo è Dorian Gray, contraltare artistico dell'estroso Wilde. Nel settembre del 1889 l'editore americano J.M. Stoddart, che si trovava a Londra per affari, cercava materiale per il "Lippincott's Monthly Magazine", una rivista di suo possesso. Invitò allora a cena due giovani scrittori di sicuro talento: Arthur Conan Doyle e Oscar Wilde. Il pasto diede certamente i suoi frutti: dall'incontro con Doyle scaturì "Il segno dei quattro", definitiva consacrazione di Sherlock Holmes; il colloquio con Wilde getto le basi per quella che sarebbe stata la prima edizione del "Ritratto di Dorian Gray". Come racconta il biografo Richard Ellmann, Wilde promise di completare il racconto entro il mese successivo, tranne poi traccheggiare sino alla primavera seguente, data la sua scarsa dimestichezza con le narrazioni estese. Quando l'editore gli scrisse di aver bisogno di un testo di almeno centomila parole, Wilde telegrafò sarcastico: "Non ci sono 100.000 belle parole nella lingua inglese". Il racconto uscì, tuttavia, sul numero del 20 giugno 1890, occupando 97 pagine della rivista. La mole non era però sufficiente per una riproposta in volume singolo: Wilde vi dovette riparare aggiungendovi sei nuovi capitoli. Le aggiunte da un lato esplicitavano i peccati di Dorian, dall'altro tacevano qualche allusione un po' troppo azzardata all'omosessualità. L'edizione definitiva del primo ed unico romanzo di Oscar Wilde vide la luce nell'aprile del 1891.

La paradossale esistenza di Dorian Gray, diabolicamente destinato a conservare intatta la propria bellezza, ove un suo ritratto (gelosamente custodito) riporta inesorabile le vestigia di una vita dissoluta, destò un immediato scalpore. Diversi giornali inglesi non esitarono a definire il libro come "sudiciume", "roba per fuorilegge e pervertiti", od a invitare il suo autore a "dedicarsi alla sartoria o a qualche decente mestiere". Wilde rispose alle accuse sempre con una certa creanza, difendendo l'assoluta indipendenza dell'arte dalla morale. L'esito ultimo della vita dello scrittore irlandese ci informa, però, che tale difesa non ebbe fortuna. Proprio come accadde a Dorian, che non potè che uscire sconfitto da un ideale impossibile di esistenza.

Emily Brontë - 'Cime tempestose'

Ormai considerato uno dei migliori esempi della letteratura vittoriana, il romanzo d'esordio di Emily Brontë non fu nè compreso nè benevolmente accolto dalla critica. Pubblicato per la prima volta nel 1847, poco dopo "Jane Eyre" della sorella Charlotte, sotto lo pseudonimo di Ellis Bell, il libro veniva rimproverato per la sua struttura confusa ed incoerente, nonchè per l'assenza di una reale destinazione morale. Effettivamente, per i canoni del tempo, "Cime tempestose" non potè che figurare come un romazo alquanto audace. Insolita era, infatti, la struttura narrativa a "matrioska", col costante utilizzo del flashback, per narrare il distruttivo effetto della gelosia e della vendetta sul passionale rapporto tra Heathcliff e Catherine. In questo complesso costrutto il narratore principale è Mr. Lockwood (l'affittuario di Heathcliff), che racconta la storia di Ellen Dean (la governante di famiglia), la quale narra a sua volta - affidandosi spesso al resoconto di terzi - le vicende di Heathcliff e Catherine.

Emily Bronte morì di tubercolosi nel 1848, a soli trent'anni, mentre lavorava ad un secondo romanzo. La sorella Charlotte si preoccupò di curare una seconda edizione di "Cime tempestose" nel 1850, svelando la reale identità dell'autrice. Da allora il romanzo conseguì una sempre crescente riabilitazione, sino all'accostamento ai grandi classici della letteratura. Un esemplare della prima edizione dell'unico libro della Brontë è stato recentemente venduto ad un'asta di Sotheby's a Londra, per la cifra di 241.250 sterline (275.000 euro circa).

Ugo Foscolo - 'Le ultime lettere di Jacopo Ortis'

"Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto". L'incipit dell'unico romanzo di Ugo Foscolo (il primo in assoluto nella tradizione in lingua italiana) è un chiaro riferimento al trattato di Campoformio firmato ufficialmente il 17 ottobre 1797, con cui il territorio della Repubblica veneta era da Napoleone ceduto all'Austria in cambio della Lombardia. I patrioti veneti - tra cui lo stesso Foscolo, fresco autore de "Ai novelli repubblicani", un'ode dai toni giacobini - supplicarono Bonaparte di tornare su i suoi passi, fallendo nel loro tentativo. Foscolo non perdonerà mai quel baratto al "Giovine Eroe" e, la ripresa dell'evangelico "Consummatum est" (Giovanni 19,30) all'inizio delle "Ultime lettere", viene ad assimilare la fine della libertà veneziana al sacrificio per antonomasia, quello stesso del Cristo crocifisso.

Come ben sintetizza Maria Antonietta Terzoli in un suo noto saggio, il libro, romanzo epistolare come il decisivo modello de "I dolori del giovane Werther", narra l'ultimo periodo della vita di Jacopo, suicida per un'infelice passione e per amor di patria. Il nome del protagonista è forse un omaggio aquello di Jean-Jacques Rousseau; il cognome deriva invece da quello di uno studente friulano, Gerolamo Ortis, suicida a Padova nel 1796. La storia è narrata attraverso le lettere di Jacopo all'amico Lorenzo Alderani, che se ne fa editore e in qualche caso le collega tra loro con delle brevi note, aventi la funzione di controbilanciare con un discorso obiettivo la passionale e soggettiva espressione del protagonista. Jacopo, rifugiatosi sui Colli Euganei a séguito del trattato di Campoformio per sfuggire alle persecuzioni politiche, conosce Teresa, figlia del conte T*** e promessa sposa a Odoardo, uomo insensibile ma di nobili natali. Il giovane si innamora rapidamente di lei, frequentandola con crescente assiduità e diventando amico di tutta la famiglia. Una sera di maggio, durante una passeggiata, i due si dichiarano il loro amore scambiandosi un bacio. All'iniziale esaltazione, l'impossibilità di vivere questa passione appare in tutta la sua evidenza e Jacopo decide di allontanarsi dall'amata. Comincia così un periodo di viaggi attraverso l'italia, che coincide con altrettante esperienze intellettuali, letterarie e politiche. Nel viaggio di ritorno, dove si ferma a Ravenna per onorare il sepolcro di Dante, viene a conoscenza del matrimonio di Teresa. Dopo aver salutato la madre e Lorenzo a Venezia, torna sui Colli Euganei, dove rivede Teresa per l'ultima volta, per poi uccidersi trafiggendosi il cuore.

Le "Ultime lettere" accompagnaro Foscolo per tutta la sua produzione, dalla giovane età sino alla piena maturità: si tratta infatti di un'opera in continuo divenire, caratterizzata da una forte cifra autobiografica (nel romanzo coinfluiranno frammenti di lettere private dell'autore) e che giungerà alla sua edizione definitiva solo nel 1816 (a Zurigo), dopo quella non autorizzata del 1799 e quella milanese del 1802. La lettura dell' "Ortis" è quantomai attuale, capace col suo ritmo solenne di alimentare un sano spirito patriottico e liberale: il passo in cui il protagonista deride "quei moltissimi de' nostri [i quali] presumono che la libertà si possa comperare a denaro" ne è un esempio lampante.

Abbiamo qui citato solo quattro casi di autori che hanno, nel loro percoso produttivo, pubblicato un singolo romanzo. Molti ancora ne mancano: da Manzoni alla Plath, da Pasternàk al caso limite di Proust. A questi e ad altri ancora avremo occasione di dedicare un successivo articolo contro la regressione illetterata del nostro Paese.

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