In un momento storico, dopo circa ottanta giorni di tentativi di accordi per un nuovo Governo e che – secondo molti osservatori – vedrebbe l’Italia come nazione pronta al rinnovamento con il professor Conte come premier, una pubblicazione che tratti delle mutazioni epocali della società berlinese nel secolo breve, sarà sicuramente accolto con interesse da parte dei lettori. Come il secolo breve trova ospitalità temporale tra la prima guerra mondiale, quindi il 1914, e il conseguente crollo dell'Unione Sovietica del 1991, allo stesso modo è possibile per il momento politico che l’Italia sta attraversando far uso di alcuni spartiacque come punti limite: la fine della prima guerra mondiale e l’inizio del terzo millennio.

Comunque e di là dai confronti tra epoche diverse, nel convincente libro di Jean Marabini, “La vita quotidiana a Berlino sotto Hitler” pronto per la pubblicazione in data 29 maggio 2018, vi è la trattazione di una stagione sociale precisa e documentata.

Il libro di Marabini

Nell’opera citata fa veramente impressione accomunare la citazione di programmi assennati a figure storiche decadenti. Quei programmi potrebbero far parte di un qualsiasi discorso ordinario, in una regolare campagna elettorale.

Insomma, è difficile associare temi come il recupero dei valori della tradizione; l’assicurazione di un lavoro per tutti; un’esistenza degna di essere vissuta; la possibilità di praticare lo sport come propedeutica a una vita sana; la certezza che la propria nazione funga come faro e guida per gli altri popoli; etc. a un programma vergato da un partito divenuto tristemente famoso come il nazionalsocialismo tedesco.

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È quasi impossibile che qualche uomo o donna non appoggino, oggi come ieri, quei punti basilari per una società autenticamente civile. Invece, come ampiamente spiegato in “La vita quotidiana a Berlino sotto Hitler”, quei proclami e quelle promesse, sono solo stati strumenti ingannevoli mostrati attraverso la lente bugiarda dell’illusione.

Berlino e il personaggio

La città, Berlino. Lui è Adolf Hitler.

L’autore di “Mein Kampf” è, ovviamente, l’attore principale della sciagurata rappresentazione socio-politica del quale fu, pure se aiutato da sostenitori moralmente corrotti, il principale azionista. E, per collegare con precisione la sua figura ai temi trattati in precedenza, fu anche – incredibilmente, verrebbe da dire – operaio e iscritto al Partito dei Lavoratori Tedeschi. Quest’ultimo cambierà poi il nome in “National-sozialistische deutsche Arbeiterpartei”, ovvero, Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi .

Eppure, con un bagaglio iniziale di quella portata, lui diventò l'oppressore degli ebrei e, alla fine, di quella classe lavoratrice nella quale aveva trovato ospitalità in tempi anonimi. Sotto lo sguardo infuocato di quest’uomo minaccioso, in una Berlino sconosciuta, si sfasciano famiglie; molti giovani troveranno la fine nelle gelide lande della Russia; è sotto il suo governo che sono sfruttati, provenienti da tutta Europa, quattro milioni di immigrati.

Essi furono resi schiavi per la grande Germania del Cancelliere.

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