Lo scrittore rumeno Norman Manea ricorda con un testo per Il Corriere della Sera il suo amico e collega statunitense Philip Roth, morto il 22 maggio di quest’anno. Ha scritto che la loro amicizia è durata ben 30 anni.

Un'amicizia non comune quella tra i due scrittori: tra artisti è difficile che duri

La conferma è che Roth, autore di ‘Pastorale americana’, nel 2017, ha chiesto al presidente del Bard College, Leon Botstein che voleva la tomba proprio accanto alla sua per non annoiarsi in quell’ ‘altrove’ senza fine.

Ecco perché ora riposa in quel college e lo aspetta. Molti giornali hanno scritto che Roth voleva essere sepolto in un cimitero ebraico, ma non è così. Ha scelto, infatti, un cimitero, quello del Bard, aconfessionale dove ci sono sepolti anche atei. Per sua volontà il funerale del 28 maggio si è svolto in maniera laica. Gli oratori avrebbero letto qualche pezzo estratto dai suoi libri, invece di parlare di lui. Manea ricorda nei dettagli il primo incontro che ha avuto con Roth. Gli esperimenti di poter prendere una borsa di studio in Francia o in Germania erano falliti, quindi decise per l’America. Così contattò Roth per avvertirlo che lo avrebbe raggiunto, proprio come gli aveva detto lui di fare.

Così, quando sbarcò a Washington, Roth lo invitò nell’albero dove viveva in quel periodo, l’Essex House di New York. Manea gli disse che prima d’incontrarlo voleva imparare l’inglese, ma lui gli rispose: “Non fa nulla, riusciremo a capirci lo stesso, abbiamo gli occhi e le mani”. Mi chiese di portargli qualcosa che avevo scritto tradotto in inglese, ma avevo solo il ’Tè di Proust’ un racconto pubblicato da una rivista di Londra. Gli disse espressamente “Portami qualunque cosa”. Accompagnato da Cella, arrivò con timidezza nell’hotel. La sua camera era grande. Roth stava seduto sul divano, i piedi erano sul tavolino e lo accolse con un sorriso pieno d’incitamento. Si avvicinò a lui per porgli il suo racconto.

C’era silenzio. Poi disse: “Proust? Hai detto Proust? Io ho provato a leggerlo, anche 20 volte, ma non ho mai superato la pagina 15…”. A lui gelò il sangue. In Romania avevano insegnato che la letteratura non era adatta a chi non amava Proust. Che cosa poteva dire a questo grande scrittore statunitense? Niente. Non riuscì a parlargli, infatti. Poi Roth gli disse : “Non Proust, Cèline! Il mio Proust è Cèline!” Lo spiazzò completamente. Namea sapeva che Cèline era un grandioso scrittore, ma un po’ antisemita. Lo aveva letto con turbamento, ma anche con attenzione. Nel prepararsi al prossimo colpo, si sedette con un accennato sorriso accanto a Cella sul divano. Non c’era nulla da preoccuparsi, visto che ormai la conversazione era diventata amichevole, anche se c’erano ostacoli riguardo alla lingua.

Alla fine, Roth scrisse su un foglio numeri di telefono, indirizzi e nomi: Mary McCarthy, Rose Marie Morse e Robert Silvers. Disse: “Sono amici miei francesi, potete parlarvi con tranquillità”.

Un primo incontro inconsueto, ma che mise le basi per un rapporto bellissimo

Aveva ancora un po’ il batticuore e disse a Cella: “Non ne voglio più sapere, basta!” Era deciso a non volerlo più incontrare. Presto, però, quel loro primo incontro fu dimenticato. Con il passare degli anni, infatti, la loro amicizia si fece sempre più forte. Riuscì a superare ogni tipo di differenza che c’era tra loro. Ecco perché ora lui e Cella sono devastati dalla tristezza; Roth era una persona con cui si poteva parlare di tutto, era impareggiabile e straordinario.

Lo consideravano un fratello affabile, pieno di vita, vigoroso, amichevole e sempre partecipe. Manea e Roth saranno sepolti insieme un giorno e potranno sentirsi meno soli e sperduti in quel deserto enorme chiamato aldilà.