Dopo una Fiction su Rino Gaetano, Dalida e Fabrizio De Andrè, la Rai ha co-prodotto una nuova dedicata ad un’altra artista dall’animo tormentato. Schiva alle regole e alle convenzioni. Ribelle nella sfera pubblica quanto in quella privata. Ossia, su Mia Martini. Dal titolo Io sono Mia. Nome d’arte di Domenica Rita Adriana Bertè. Meglio conosciuta come Mimì.

La Fiction è andata in onda ieri, martedì 12 febbraio, in prima serata, su RaiUno.

La Fiction è stata anche proiettata in 285 sale per 3 giorni: il 14, 15 e 16 gennaio. Distribuita da Nexo Digital. Il regista è Riccardo Donna, torinese, che ha esordito come cantautore [VIDEO]. Il quale ha già diretto opere molto popolari quali Un medico in famiglia (ma solo dal 1998 al 2000), Le ragazze di Piazza di Spagna, Raccontami, Questo piccolo grande amore, Come fai sbagli. Giusto per citare qualche titolo più noto.

Nei panni della grande Mia Martini troviamo Serena Rossi. La quale risulta un viso noto soprattutto a quanti seguono la serie Tv su Raitre Un posto al sole. Lì vestiva i panni di Carmen Catalano, con i suoi capelli riccioluti e la sua voce soave. La stessa che le ha permesso di trasporre egregiamente la grande Mimì. Notevole anche l’interpretazione di Dajana Roncione nei panni di Loredana Bertè, molto fedele all’originale, per estro, voce e movenze. Ecco di seguito trama e recensione di Io sono Mia.

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Cinema

Io sono Mia, la trama

1989. Mia Martini fa le ultime prove prima di esibirsi al Festival di Sanremo, con il brano Almeno tu nell’Universo. Mentre canta però si ferma, perché vuole suonare anche il piano. Spazientendo lo staff della kermesse canora. Il che è un epilogo che ci dà un assaggio sul suo caratterino e su come venisse vista in quel posto. Un’artista piena di sé, che portava pure jella. Una etichettatura che la accompagnerà per tutta la carriera.

Da quando – sebbene nel film non lo si spieghi - nel 1970 Fausto Paddeu, un impresario soprannominato “Ciccio Piper” (poiché frequentava molto il noto locale romano), gli propose una esclusiva a vita. Ma lei rifiutò.

E così, dopo che di ritorno da un concerto in Sicilia col suo gruppo, il pulmino si ribaltò, provocando la morte di due ragazzi, “Ciccio Piper” ne approfittò per appiccicarle l’etichetta di porta jella.

Che si sbiadì con l’arrivo del successo negli anni ‘70, ma quando le cose cominciarono ad andare male e Mia Martini iniziò ad avere atteggiamenti professionali e privati più cupi, ripiombò con maggiore forza. Affondandola del tutto.

Mia Martini viene avvicinata da una giornalista, Sandra (interpretata da Lucia Mascino), inviata dal suo giornale nella speranza di inervistare Ray Charles. Super ospite a Sanremo.

Nel frattempo, cerca di strappare una intervista alla controversa artista. Durante la quale, però, emergeranno i rispettivi caratteri non semplici delle due. Le quali, finiranno anche per scontrarsi. Ma alla fine finiranno anche per intendersi. Con Mimì che le racconterà tanto della sua tormentata esistenza.

Il film, dunque, parte come da solito canovaccio per i Biopic. Ossia dalla fine. Così come segue il “must” di mostrare con ripetuti flashback, il vissuto di Mia Martini. Dalla difficile infanzia con un padre tiranno e una madre che cerca invano di contrastarlo (interpretati rispettivamente da Duccio Camerini e Gioia Spaziani). E poi le serate “pazze” con la sorella-amica Loredana Bertè (come detto, interpretata da Dajana Roncione) e con Toni. Pittoresco ragazzo tornato da Londra (interpretato da Daniele Mariani). Che nella vita reale sarebbe Renato Zero.

Vengono mostrati i rampanti anni ‘70, con Mimì che viene scoperta mentre si esibisce col suo gruppo jazz da Alberigo Crocetta (Antonio Gerardi). Serata dove conosce anche l’assistente di lui, Alba (Nina Torresi), che finirà per diventare la sua migliore amica. Difendendola dagli attacchi dei più.

In quegli anni Mia Martini riceve tanti premi e riconoscimenti. Poi alla fine degli anni ‘70 conosce Andrea, fotografo e pianista. Che nella realtà è il cantautore Ivano Fossati. Il quale le farà fare il salto di qualità, con dei pezzi maturi. Su tutti, E non finisce mica il cielo, col quale vince il Premio della critica nel 1983 (ritirato postumo dalla sorella Loredana nel 2008). Per lei appositamente creato e che porterà il suo nome dopo la tragica morte nel 1995.

I due si amano molto, ma sono anche molto presi dalle rispettive carriere. E finiscono anche sovente per litigare. Intanto, però, per Mia arriva un’altra sventura: perde la voce a causa di noduli alle corde vocali. Si riprenderà, ma acquisirà una voce più rauca e graffiante. La quale però sarà il suo marchio di fabbrica.

Non si riprenderà invece dalla fine della storia d'amore con Fossati. Perdendo così l'unico appiglio a cui si aggrappava nei momenti di difficoltà. Si arriva così dove tutto inizia: al Festival di Sanremo 1989, con un vecchio brano di Bruno Lauzi mai inciso: Almeno tu nell’Universo.

Io sono Mia, recensione

Io sono Mia si pone dunque come classico Biopic, seguendo la consueta linearità del genere. Per molti aspetti, questa opera di Riccardo Donna ricorda La vie en Rose (2006), sulla grande Edith Piaf. La cui vita tormentata, in fondo, è molto simile a quella di Mimì. Così come il suo estro artistico e il suo carattere ribelle.

La sceneggiatura è affidata a Monica Rametta, alla quale è affidato anche il soggetto. La produzione è invece di Luca Barbareschi, tramite la società Eliseo Fiction. Suggestiva anche la fotografia, che mostra una Sanremo bella ma cattiva. Dalle luci dell’Ariston ai tormenti del mare d’inverno. Quello stesso mare ben descritto da Enrico Ruggeri e cantato proprio da sua sorella Loredana.

Certo, non mancano omissioni e licenze poetiche. Come la completa rimozione delle altre due sorelle di Mimì (Olivia e Lena), non concordi con la Fiction. Così come dello stravolgimento dell’identità di Ivano Fossati. Anch’egli non concorde con il lungometraggio. Poco credibile anche la madre di Mia Martini, interpretata da una pur brava Gioia Spiaziani. La quale però sembrava più una sorella che la mamma. Alcuni passaggi sono trattati frettolosamente, ma ci sta. Anche ciò rientra nella normale amministrazione di un Biopic che in due ore deve raccontarci tutto.

Menzione a parte merita Serena Rossi. Resa molto simile da trucco e parrucco, certo, ma brava di suo per movenze ed intensità. Peccato che le manchi proprio il carattere più distintivo della Bertè: la voce rauca. Forse con uno sforzo in più e qualche effetto, ci si poteva arrivare.

La pellicola decide di fermarsi sul ritorno di Mia Martini a Saremo 1989. Sebbene la vita dell’artista di origini calabresi proseguirà per altri 6 anni. Trascorsi tra respingimenti e riavvicinamenti da parte di quello star-system che la mandò in orbita, per poi dimenticarla nell’abisso. Per una disdicevole ignominia sulla jattura. Almeno lei, però, nell’Universo ci è stata. Perché la gente è strana, prima ti odia e poi ti ama. A lei è accaduto esattamente così.

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