Da quando l’Inps ha sposato la digitalizzazione dei suoi servizi, al pensionato italiano non arrivano più lettere a casa da parte dell’istituto di previdenza come quelle contenenti il vecchio Cud o il modello Obis-M: adesso devono essere i pensionati stessi a scaricarsi da internet questi documenti, oppure, se non si posseggono PC o smartphone o non si ha le credenziali di accesso ai servizi telematici dell’Istituto, occorre rivolgersi al patronato. Da segnalazioni da parte proprio dei vari patronati presenti sul territorio molti pensionati ricevono comunicazione da parte dell’Inps per somme indebitamente percepite.

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In pratica, l’Istituto comunica al pensionato che negli anni ha erogato una pensione sbagliata, con importi superiori a quelli che sarebbero dovuti spettare al pensionato, con tanto di bollettino postale per la loro restituzione. Non sempre però la richiesta dell’Inps è assecondata dalla normativa vigente, perché spesso le somme in più erogate non possono essere addebitate al pensionato [VIDEO] che non ha nessuna colpa e pertanto nulla va restituito.

Pensioni errate a favore dei pensionati

Appare strano che l’Inps sbagli nell’erogare le Pensioni e soprattutto che lo faccia a favore del pensionato.

Come dicevamo però i casi non sono isolati come ne da notizia il sito di informazione legale “laleggepertutti”. Accade che per calcoli sbagliati, per erogazione di maggiorazioni sociali e trattamenti minimi che non erano spettanti, al pensionato finiscano più soldi di quelli che avrebbe dovuto percepire. L’Inps ha 10 anni di tempo per chiedere i soldi indietro al pensionato, perché oltre questo termine le somme in più concesse al beneficiario cadono in prescrizione.

La restituzione di questi soldi per legge è in capo al pensionato solo se l’errore che ha prodotto l’Inps nel calcolare la pensione è addebitabile al pensionato stesso.

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In pratica, essendo molte delle prestazioni pensionistiche, erogate dall’Inps in base alle comunicazioni reddituali che i pensionati che non presentano dichiarazione dei redditi sono tenuti a dare annualmente, può capitare che vengano erogate maggiorazioni e trattamenti minimi non spettanti. Se è il pensionato a non aver prodotto le dichiarazioni reddituali tramite il modello Red, in questo caso l’Inps ha tutto il diritto di richiedere i soldi indietro al pensionato.

Se non c’è dolo o colpa niente va restituito

In pratica, l’errore sul calcolo della pensione deve essere in capo al pensionato, con situazioni simili che sono in aumento proprio per la mancanza di comunicazioni postali da parte dell’Istituto.

Infatti sarebbe il modello Obis-M, cioè la busta paga del pensionato il documento dal quale si può risalire alle varie quote di cui è composta la pensione. Assegni familiari, trattamento al minimo, maggiorazioni sociali sono tutte voci che concorrono a creare l’importo esatto delle pensioni e sono tutte prestazioni che devono essere confermate ogni anno in base a determinate situazioni reddituali del pensionato e della sua famiglia eventualmente a carico fiscalmente dello stesso titolare di pensione.

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Non vanno restituiti i soldi e pertanto, la missiva dell’Inps che ne chiede il pagamento è illecita solo se l’errore è addebitabile completamente all’Istituto. Se il pensionato riceve dall’Inps una pensione più alta a causa di un errore [VIDEO] che lo stesso Ente ha fatto in sede di calcolo, liquidazione o ricostituzione della pensione i soldi non vanno restituiti. Nello specifico restituzione da non effettuare se le somme in più di pensione sono state assegnate in base ad un provvedimento definitivo dell’Istituto o se gli importi sono stati erogati con errori relativi ai redditi del pensionato che però erano già noti all’Istituto. In pratica, una pensione sbagliata perché i redditi del pensionato erano superiori alla soglia per ricevere la maggiorazione sociale, con il pensionato che presenta annualmente o il modello Red o il 730, non darebbe diritto all’Inps a chiederne la restituzione. Resta naturale il fatto che l’Inps ha sempre il diritto di adeguare gli imposti delle pensioni per i mesi successivi a quello in cui viene a conoscenza dell’errore di calcolo.