Nell'era dei dibattiti etici relativi ai c.d. "diritti civili", oggetto del contendere sono soprattutto i bambini. Da un lato chi sostiene che la paternità e la maternità siano diritto di ogni uomo (o donna) a prescindere dall'orientamento sessuale e dalle condizioni fisiche, dall'altro chi sostiene il diritto dei bambini ad avere una famiglia naturale (o quanto più simile) con una madre donna ed un padre uomo. La vicenda, raccontata da La Repubblica, inizia tre anni fa, quando una coppia sterile per molteplici motivi (utero asportato e oligospermia combinati) si è recata in Ucraina dove, come pare ormai essere d'uso, ha commissionato un figlio ad una donna.
In questo caso particolare quindi i soggetti coinvolti, oltre agli aspiranti "genitori", sono tre: una donna che noleggia il suo utero, un'altra che dona un ovocita ed un uomo che dona il seme. Al termine della gravidanza la donna ha quindi partorito scegliendo però di rimanere anonima, motivo per cui pare non essere possibile risalire a nessuno dei tre soggetti coinvolti nella nascita "naturale" del bambino. Al rientro in Italia della coppia il bambino è stato dichiarato come loro figlio, ma la verità non ha tardato a venire a galla (specie in relazione alla particolare condizione della donna), motivo per cui sono finiti sotto processo per frode anagrafica.
A loro difesa i due in tribunale avrebbero cercato di sostenere che, anche in accordo alla normativa degli altri Paesi, anche in Italia fosse ormai maturo il tempo per aprire a nuove vie di genitorialità, anche a quelle in cui non vi sia alcun rapporto né fisico né genetico tra i "genitori" ed il bambino, commissionato per l'occasione.
Ben diverso si intende infatti il caso di bambini per qualsiasi motivo senza famiglia e dati quindi in adozione.
La Suprema Corte, respingendo le tesi della coppia, ha però dichiarato assolutamente illegittima la condotta dei due ed ha disposto che il figlio, che ha ormai tre anni, venga dato quanto prima in adozione ad una coppia con tutti i requisiti. Difatti, nonostante la parziale eliminazione della legge 40 (sulla procreazione assistita) e dei divieti di fecondazione eterologa, la Corte ha ritenuto tuttora in vigore il divieto della c.d. "maternità surrogata". La vicenda certamente contribuirà ad alimentare il dibattito sulla famiglia, molto attuale. Da un lato chi sostiene che i figli siano un diritto che lo Stato dovrebbe garantire, dall'altro chi sostiene che i primi diritti da tutelare siano quelli dei bambini.
Senza contare che in queste penose vicende, oltre ad essere lesi (come in sostanza dichiarato dalla Corte) i diritti dei bambini, si potrebbero ravvisare anche dei gravissimi casi di sfruttamento del corpo delle donne, dato che le "madri surrogate" sono quasi sempre donne disagiate che affittano il loro utero a coppie benestanti in cambio di danaro, necessario alla loro sopravvivenza. E non a caso le coppie occidentali che ricorrono all'affitto di uteri per commissionare i propri "figli" devono recarsi in Paesi con alti livelli di povertà, alcuni dei quali hanno predisposto un intero settore economico dedicato.
Proprio per questo motivo nel dibattito stupisce la latitanza di un movimento che nei decenni ha fatto notevolmente sentire il suo peso: quello femminista. Cosa pensano dunque le femministe dello sfruttamento di donne povere, costrette a noleggiare il proprio corpo per sopravvivere?