Il Partenariato Trans-Pacifico, in breve TTP, è stato firmato lunedì 5 ottobre ad Atlanta da 12 paesi, Stati Uniti in testa, più altri 11 che abbracciano l'area del Pacifico: alcuni di essi si erano aggiunti dopo la proposta del 2005 lanciata dagli Stati promotori. A partecipare all'accordo di libero scambio economico che sulla carta rappresenta il 40% del commercio mondiale, ci sono tra gli altri il Giappone, l'Australia, il Canada, la Nuova Zelanda oltre ad altri paesi asiatici, mentre è stata esclusa la Cina al cui potere commerciale odierno ci si vuole opporre proprio con questo trattato.

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I nodi risolti

L'accordo, che ha preso vita dai quattro paesi firmatari del Trans-Pacific Strategic Economic Agreement del 2006, il Brunei, il Cile, la Nuova Zelanda e Singapore, ha avuto una gestazione molto travagliata, con un ritardo di tre anni sulla tabella di marcia prevista, che voleva la chiusura dei negoziati nel 2012.

Molti i nodi da sciogliere per l'unione economica del Pacifico, dai brevetti farmaceutici, che gli Stati Uniti hanno difeso fino all'ultimo per ottenere norme più rigide, al settore automobilistico, principale preoccupazione del Giappone e della Toyota in particolare.

Nave cargo per i commerci in Asia
Nave cargo per i commerci in Asia

Latticini e proprietà intellettuale erano gli altri argomenti ostici sul tavolo delle trattative, mentre il Giappone e il Canada hanno accettato di aprire i loro mercati agricoli.

Le proteste dei cittadini

Il TTP non ha trovato ostacoli solo nei negoziati, ma anche molta avversione tra i cittadini dei paesi coinvolti, che vedono nell'accordo il trionfo degli interessi privati delle multinazionali a discapito delle nazioni.

Le preoccupazioni degli attivisti sono tutte per il piccolo e medio commercio locale e nazionale, che verrebbe sovrastato dalle tante agevolazioni fiscali godute dalle multinazionali grazie all'abolizione dei dazi doganali tra paesi in molti settori.

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Sotto accusa la difesa dei brevetti delle grandi aziende e il libero mercato, che consentirebbe ai grandi capitali di soffocare le piccole imprese.

Proteste contro il presidente Obama, ritenuto il grande vincitore del trattato, c'erano state già in maggio, in occasione della discussione al congresso americano per la legge delega alla stessa presidenza, che le consentiva una corsia preferenziale nelle procedure di negoziazione.

Molti cittadini, ormai totalmente avversi alla globalizzazione, vedono il TTP e i prossimi negoziati che coinvolgeranno anche l'Europa per un'altra zona di libero scambio, come la definitiva distruzione delle economie e delle sovranità nazionali, ormai preda degli interessi delle multinazionali.

Anche negli Stati Uniti molti cittadini vedono con diffidenza questo accordo, in particolare ora che l'economia del paese ha ripreso a crescere sopra il 2% nell'ultimo trimestre.

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