Follia del sistema mediatico italiano. In prima pagina è finita la decisione dell'Istat di allargare il paniere per il rilevamento dell'inflazione. D'ora in poi entreranno nel calcolo anche i costi dei tatuaggi. I giornali si sono scatenati. Sembra la favola zen del dito e la luna. Nelle stesso momento, l'Istat infatti aveva comunicato anche i dati aggiornati sull'inflazione. I calcoli riferiti al mese di gennaio 2016 parlano di una flessione dell’indice nazionale dei prezzi al consumo che si attesta allo -0,2%, ad esclusione dei tabacchi.

Il dato sulla deflazione e, soprattutto, sul mancato decollo dell'inflazione (l'inflazione, secondo gli economisti, è l'unico indicatore possibile di una effettiva e sostanziale ripresa economica del paese) non è stato quasi rilevato dai media.

Era la luna alla quale guardare. I media hanno preferito il dito e cioè l'allargamento del paniere ad una nuova categoria merceologica, quella dei tatuaggi. E' stato privilegiato un aspetto antropologico frivolo al freddo e più inquietante dato economico. E' un peccato. 

Ismea e Istat, infatti, nella stessa giornata della "notizia" sui tatuaggi, avevano mostrato una fotografia del paese abbastanza preoccupante, con dati che avrebbero meritato ben altra attenzione. La continua discesa dei prezzi infatti starebbe innescando una timida ripresa dei consumi, con particolare riferimento ai beni alimentari, quelli per la cura della casa e della persona.

L'Ismea, Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare, ha detto che dopo ben due anni di contrazione della spesa destinata all’alimentazione, il consuntivo relativo al 2015 sembra destinato a chiudersi con un segno positivo.

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L’analisi dei dati fino a novembre 2015 parla di un aumento dei consumi alimentari domestici dell’ 0,4% rispetto all’anno precedente, dato che potrebbe anche subire una variazione al rialzo, nel momento in cui verranno presi in considerazione i numeri di dicembre, comprensivi delle vendite natalizie.

Nonostante l'aspetto apparentemente positivo (l'aumento, se pur minimo, dei consumi) rimane da analizzare il dato sociologico. I due comunicati contemporanei di Istat e Ismea, infatti, dicono che la ripresa della spesa alimentare è da imputare non ad una maggiore fiducia degli italiani ma alla diminuzione dei prezzi. Una situazione da terzo mondo.