Secondo il rapporto pubblicato dall’istituto federale tedesco di statistica, la Germania è sempre la locomotiva d’Europa. Il suo prodotto interno lordo ha raggiunto quota 3.133,9 miliardi di euro nel 2016, pari al 29% della ricchezza dei 19 paesi che adottano l’euro e al 21% del Pil delle 27 nazioni che costituiscono l’intera Unione europea.

L’organizzazione interna tedesca

La Germania ha conciliato lo sviluppo economico con la stabilità interna, affidandosi all’economia sociale di mercato.

Il sistema si basa sull’accordo tra governo, imprenditori e sindacati e il legame è istituzionalizzato al punto che la classe politica è tra gli azionisti delle grandi industrie. Il Land della Bassa Sassonia, ad esempio, detiene circa il 20% del pacchetto azionario del gruppo automobilistico Volkswagen, quota di minoranza ma con sostanziale diritto di veto. Altrettanto importanti sono i sindacati che hanno voce in capitolo nell’elezione degli amministratori delegati delle società.

La sinergia è strettissima anche tra banchieri e politici locali nella gestione delle casse di risparmio che sono capillarmente diffuse nelle aree interne e rurali tedesche.

Il vantaggio della Germania

L’adozione dell’euro ha regalato alla Germania una moneta più svalutata rispetto al marco che ha favorito le esportazioni in misura gigantesca, anche se gli stessi analisti tedeschi sembrano avere un rapporto amore-odio con la nuova valuta.

L’attivo dell’anno scorso è stato pari a 297 miliardi di euro che sono essenziali a Berlino per finanziare un generoso stato sociale, unitamente a introiti fiscali stabili con evasione contenuta. La struttura federale dello stato è un ulteriore punto di forza perché decentra molti poteri ai Länder (regioni) e favorisce gli accordi aziendali a livello locale senza la rigida cornice dei contratti collettivi nazionali.

Il tallone d’Achille

Il modello tedesco non ha subito negli anni gravi scossoni, ma la fragilità dell’Europa a moneta unica, la concorrenza di economie emergenti con un costo del lavoro molto basso e gli scenari geostrategici instabili, hanno sparigliato le carte evidenziando la rigidità di questo sistema. La domanda interna non cresce oltre una certa misura a causa della pressione fiscale. L’imposta sulle imprese al 25% è controbilanciata dalla tassa sulle persone fisiche, Iva e balzelli minori che sottraggono quasi il 40% del reddito ai lavoratori dipendenti.

La tassazione condiziona anche l’incremento del Pil che si è attestato a 1,9% nel 2016, un valore più che doppio di quello italiano ma modesto per un colosso economico.

I punti d’attrito con il Sud Europa

Italia, Francia e Spagna chiedono meno rigidità nei bilanci, burocrazia più snella e flessibilità. La Germania teme modifiche profonde ai parametri di Maastricht, nonostante siano stati concepiti in un’epoca lontanissima rispetto alle sfide attuali.

Non sono mancate polemiche neppure sulla paura tedesca di vampate inflazionistiche, perché i paesi del sud Europa considerano la recente timida ripresa dell’inflazione come barlume di vitalità economica. Al vertice di Versailles dello scorso marzo si è fatta strada l’idea di crescita a velocità variabile tra la diverse economie dell’Unione e la Germania non lo esclude, ma i dettagli sono tutti da definire.

La resistenza al cambiamento

Nel 2015 l’editorialista Jakob Augstein aveva lanciato una sfida ad Angela Merkel dalle colonne del settimanale Der Spiegel invitandola a non pensare solo a euro, export e popolarità per la sua quarta corsa consecutiva alla cancelleria, ma di essere l’unificatrice dell’Europa come Helmuth Kohl lo era stato per la Germania nel 1990.

La maggioranza dei tedeschi è però legata all’economia sociale di mercato, il rischio di impopolarità politica è troppo alto per ridurre drasticamente le tasse e snellire il welfare state.

Angela Merkel, infatti, ha capovolto i pronostici della vigilia sconfiggendo nettamente l'avversario socialista Martin Schultz e, a pochi mesi dalle elezioni federali di settembre, non sembra ansiosa di passare alla storia come realizzatrice degli Stati Uniti d’Europa.

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