Quello delle Agromafie sembra essere la punta di una piramide di potere costruita dalle organizzazioni mafiose negli ultimi vent’anni.

Controllo territoriale, esplosioni, omicidi, una volta simboli della lotta mafiosa contro lo Stato, ora lasciano spazio al silenzio. La mafia di oggi sembra assente ma diverse ragioni portano a credere che questa sia solo una finta scomparsa che nasconde un’evoluzione raffinata di queste organizzazioni criminali, potremmo dire camaleontiche, capaci di fiutare i gusti e le abitudini dei consumatori nel mercato.

Secondo alcune statistiche, circa i 2/3 dei prodotti agricoli in giro per il mondo con il marchio "Made in Italy" sarebbero in realtà falsi.

Mafia 3.0 e nuovi 'attori'

Il Sesto Rapporto sui crimini agroalimentari del 2018, stilato da Coldiretti, Eurispes e l’Osservatorio sulla Criminalità nell’agricoltura e nel sistema agroalimentare, ha attestato che il fenomeno mafioso interessa ormai ogni aspetto dell’economia agroalimentare, dalla produzione alla vendita, definendolo “Mafia 3.0”. Questa nuova macchina, quasi perfetta, controlla i canali di comunicazione del web: non solo tenta di inserirsi nei nuovi mercati virtuali delle cripto valute ma esercita un’influenza profonda sui produttori, condizionando il sistema, sino ad arrivare alla politica e alle istituzioni.

La nuova mafia non ha cambiato solo vestito ma anche volti. I protagonisti del nuovo business criminale non provengono dalle zone degradate delle periferie cittadine, ma dalle piazze finanziarie: avvocati, economisti, imprenditori; non hanno solo studiato, ma sono anche eccellenze del loro settore. Si può parlare di una vera e propria evoluzione della struttura e dell'approccio mafioso, che fa aumentare gli affari e diminuire i sospetti.

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Il fenomeno dell' 'Italian Sounding' e il problema CETA

Il business delle Agromafie, secondo il rapporto Eurispes, ammonta a 24,5 miliardi di euro, il 10% del fatturato criminale del nostro Paese. Sequestri e confische di beni non sono sufficienti senza un sistema legislativo forte: la speculazione rimane ancora in molti casi impunita a causa di una normativa debole che mortifica i diritti dei lavoratori e lascia spazio alle contraffazioni.

A questo proposito il Governo italiano è intervenuto con un progetto di 49 articoli, realizzato dal Ministro Orlando nel 2015 e approvato dal Consiglio dei Ministri nel 2017, che riconosce il reato di Agropirateria per limitare frodi e contraffazioni di cibi Made in Italy, ovvero il fenomeno dell’ "Italian Sounding", il quale nasce a causa dei record nell’esportazione di prodotti italiani all’estero.

Solo nel 2017, il mercato agroalimentare italiano ha incassato 41 miliardi di euro nel settore export e nel 2018 ha registrato una nuova crescita. Le esportazioni sono cresciute in tutto il mondo e quadruplicate in Cina.

Tuttavia, il mercato globale ha anche i suoi lati negativi e tra questi c’è la tendenza crescente di produzione e vendita di prodotti che hanno solo una maschera italiana. Infatti, cresce il numero di prodotti con finta etichetta italiana che vengono spacciati per Made in Italy, soprattutto all’estero.

A tal proposito, l’agropirateria, che colpisce soprattutto i prodotti caseari, ha un fatturato che raggiunge i 100 miliardi di euro.

I margini di peggioramento sembrano essere ampi a causa del CETA, stilato tra Unione Europea e Canada nel 2017. Si tratta di un accordo di libero scambio che, se da un lato favorisce l'interconnessione in un mondo globalizzato, dall'altro potrebbe affaticare le piccole e medie imprese italiane, minacciate dalle grandi multinazionali canadesi. L’accordo, infatti, sembra non preoccuparsi delle differenti regolamentazioni relative ai prodotti OGM o ai pesticidi utilizzate in Europa e oltre oceano.

Ad ognuno il suo

L’ex magistrato, Gian Carlo Caselli, parla di “Mafia liquida” per descrivere l’inserimento di un’organizzazione mafiosa capillare nel settore economico, dal controllo del terreno agricolo, passando per la produzione, il trasporto e la vendita.

Il Sesto Rapporto sui crimini agroalimentari opera una divisione per campo delle organizzazioni criminali:

  • Cosa Nostra: si dedica principalmente alla produzione e commercio di agrumi, gestendo aziende e imponendo i propri prodotti alla grande distribuzione, scegliendo sia i lavoratori da inserire, sia il tipo di trasporto per le consegne.
  • Camorra: ha una gestione quasi monopolistica dei trasporti di prodotti ortofrutticoli freschi che partono dal mercato ortofrutticolo di Fondi, il più grande d’Italia e tra i più grandi in Europa.
  • 'Ndrangheta: operando un profondo controllo nelle zone di Reggio Calabria, nei settori ittico, agrumicolo e dei trasporti. Questa organizzazione si muove anche nella zona settentrionale della Penisola italiana: a Milano, sono state trovate un centinaio di società legate alla cosca mafiosa.
  • Sacra Corona Unita (la mafia pugliese): si muove nel foggiano, sfruttando il settore vitivinicolo.

Dalla grande distribuzione organizzata al 'Blockchain'

Molti attribuiscono alla Gdo, ovvero la Grande Distribuzione Organizzata, le responsabilità di creare un Ambiente favorevole al riciclaggio e a attività illecite. Questo perché non c’è una grande distribuzione nazionale ma la vendita di prodotti alimentari rimane al dettaglio, con catene di discount, outlet e vari centri commerciali.

La Gdo è uno dei pochi, se non l’unico, canale di distribuzione. Questo controlla il 70% degli acquisti alimentari, influenzando fortemente l’andamento dei prezzi di questi prodotti e esercitando pressioni su tutta la produzione agroalimentare nazionale.

Tuttavia, sembra esserci una soluzione tratta proprio dalla tecnologia e dal web, che potrebbe cambiare radicalmente l’industria alimentare e non solo: si tratta della tecnologia "Blockchain".

Si tratta della costruzione di un grande registro condiviso con codici di sicurezza che dovrebbe rendere trasparenti le transazioni commerciali di venditori e compratori. La trasparenza sarebbe data dal fatto che ognuno di noi può avere accesso alle informazioni necessarie in qualunque momento.

Per quanto riguarda l’industria alimentare, la rivoluzione consisterebbe nell’inserire su ogni prodotto quella che viene definita come “Etichetta intelligente”, un codice QR che possa essere letto con qualunque Smartphone e permetta al consumatore di controllare ogni aspetto del prodotto acquistato, dalla zona di provenienza alla lavorazione.

Ma non finisce qui: il Ministero dello Sviluppo Economico ha finanziato un progetto da 3 milioni di euro con il Centro ENEA e sei partner industriali. Si tratta di un lettore ottico per individuare sostanze nocive e truffe negli alimenti attraverso un laser infrarosso. La sua destinazione di utilizzo primaria è formata dalle grandi realtà industriali che saranno facilitate nei controlli qualitativi degli alimenti prodotti. La grande novità però riguarda anche la progettazione di una App per smartphone che permetterà ad ogni utente di controllare la composizione del prodotto attraverso una tecnologia che supera di gran lunga i nostri organi di senso.

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