L’oro torna protagonista nel 2026 in un contesto di mercati finanziari instabili, dollaro sotto pressione e rinnovate tensioni geopolitiche. Il metallo prezioso è tornato al centro dell’attenzione degli investitori, ma la domanda resta aperta: si tratta di una reazione temporanea o di un segnale più strutturale?

Negli ultimi mesi si è assistito a una combinazione di fattori che ha riacceso l’interesse verso il metallo giallo: volatilità sui mercati azionari, in particolare nel comparto tecnologico, oscillazioni valutarie e incertezza sulle politiche monetarie globali.

In questo scenario, l’oro viene nuovamente percepito come un bene difensivo. Ma il suo andamento dipende da dinamiche più complesse di quanto si possa pensare.

Oro e dollaro: una relazione storica

Storicamente esiste una correlazione inversa tra oro e dollaro. Quando la valuta statunitense si indebolisce, l’oro tende a salire. Il motivo è tecnico: essendo quotato in dollari, un calo della valuta americana rende necessario un numero maggiore di dollari per acquistare la stessa quantità di metallo.

Nel lungo periodo questa relazione è stata evidente, ma non è mai stata perfetta né costante. Ci sono stati periodi, come tra il 2001 e il 2011, in cui il dollaro si è progressivamente indebolito e l’oro ha registrato un forte rialzo, passando da livelli molto bassi fino a superare quota 1.900 dollari l’oncia.

Il ruolo decisivo dei tassi reali

La variabile chiave per comprendere il comportamento dell’oro non è solo il dollaro, ma l’andamento dei tassi reali, cioè i tassi di interesse al netto dell’inflazione.

L’oro non produce rendimento. Non paga interessi né dividendi. Quando i tassi reali sono negativi o molto bassi, detenere oro diventa relativamente più interessante rispetto a strumenti finanziari che offrono rendimenti modesti o erosi dall’inflazione.

Al contrario, quando le banche centrali adottano politiche monetarie restrittive e i tassi reali diventano positivi in modo significativo, l’oro tende a perdere attrattiva. È quanto accadde nei primi anni Ottanta: nonostante l’inflazione fosse ancora elevata, l’aumento deciso dei tassi di interesse rese più conveniente detenere strumenti remunerativi, portando a un calo del prezzo del metallo.

Anche durante la crisi del 2020 si è osservato un comportamento particolare: in alcune fasi iniziali sia il dollaro sia l’oro sono saliti contemporaneamente. Il dollaro beneficiava della ricerca di liquidità immediata, mentre l’oro reagiva alla prospettiva di politiche monetarie espansive e tassi reali fortemente negativi. Non una contraddizione, ma due reazioni diverse a due esigenze differenti.

La Cina rafforza le riserve

Un altro elemento che sostiene il prezzo è rappresentato dagli acquisti delle banche centrali. Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo delle riserve auree, con la Cina tra i protagonisti.

Pechino ha incrementato le proprie riserve come parte di una strategia di diversificazione e riduzione della dipendenza dal dollaro. Questo trend, consolidatosi negli ultimi anni, fornisce un supporto strutturale alla domanda di oro a livello globale.